di Gennaro Fiorentino

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Quando al principio degli anni ’50, pervenni con la mia famiglia nella nostra nuova casa nel quartiere Cavalleggeri (Napoli), quella zona era tutta un proliferare di attività costruttive promosse dai diversi istituti edili costituitisi dopo la guerra, per dare una casa a quanti, ed erano tanti, ne necessitassero. Il nostro rione INA Casa (poi Gescal) a beneficio dei dipendenti di vari Ministeri (Istruzione, Difesa, Interni e via così) era stato preceduto sia da analoghi insediamenti abitativi destinati ai dipendenti comunali, sia da quelli detti UNRRA (Ente ispirato addirittura dall’ONU per aiutare i sinistrati dei paesi belligeranti).

Il Viale Cavalleggeri d’Aosta con i primi rioni, qualche edificio privato

e la teleferica per Posillipo ancora in servizio (coll. G. Fiorentino).

Il territorio già di vocazione agricola, che all’epoca non era ancora ritenuto appetibile dall’urbanizzazione privata, si poneva per la sua posizione, come cerniera tra i quartieri di Fuorigrotta e Bagnoli. Quel brutto ponte della ferrovia per Pozzuoli (sta ancora lì) ne limitava il confine staccando la strada dei Cavalleggeri da Via Nuova Bagnoli (oggi via Diocleziano). Portava ancora fusi nel selciato due monconi di binario, ricordo di una vecchia linea tramviaria creata per disimpegnare nell’anteguerra, il movimento delle migliaia di soldati diretti alla rilevante Caserma di Cavalleria “Conte di Torino”.

Un’immagine d’anteguerra della Caserma “Conte di Torino”. Sarà gravemente danneggiata dai bombardamenti

diretti alla vicina area industriale di Bagnoli (coll. G. Fiorentino).

Noi, nuovi cittadini del rione, ci sentivamo più 'fuorigrottesi' che 'bagnolesi' e non solo per un fatto di circoscrizione municipale di appartenenza. I nostri passi infatti alla ricerca di un centro più animato ed attrezzato, ci portavano per lo più a Fuorigrotta piuttosto che a Bagnoli. Quest’ultimo sito ci appariva infatti triste, grigio, denso di contrasti; come una certa iconografia ha mostrato talvolta i territori industriali della Ruhr o del Galles. Malgrado la presenza del mare lo potesse rendere poetico. Le strade di Bagnoli con molti toponimi suggeriti dai personaggi dell’Eneide, erano fiancheggiate da graziose villette, testimonianza di case-vacanza di tempi passati e gloriosi. Negli anni ’50 il loro aspetto era invece sfiorito, maltenuto, amputato dei complementi in ferro (ringhiere, cancelli e balaustre) destinati nel recente passato alla volontaria (ma non troppo) donazione alla patria per alimentarne l’industria bellica. Tre volte al giorno, in due cicli a distanza ravvicinata, l’aria era squarciata da una sinistra sirena che avvisava il fine turno alle maestranze dell’industria siderurgica ILVA, colosso che negli anni per così dire d’oro, arrivò ad occupare fino ad 8.000 dipendenti. La sirena non era l’unico promemoria per il quartiere di quella realtà industriale così invasiva. Quando il vento era favorevole, si fa per dire, insieme con le copiose folate di fumo, si diffondevano nell’atmosfera miasmi con un inquietante umore di zolfo. In sincronia si depositavano sui balconi delle case, sottili polveri nere rimuovibili oltre che con la scopa, anche con una calamita. Ciò divertiva molto noi ragazzetti, inconsapevoli che ne stavamo respirando una pur piccola porzione.

Spettacolare immagine dall’alto dello stabilimento Ilva ripreso dal Capo di Posillipo  (coll. G. Fiorentino).

L’ILVA (evocante l’antico nome dell’isola metallifera dell’Elba), si estendeva lungo un vastissimo territorio di circa 300 ha posto tra le vie Nuova Bagnoli, Via Coroglio, Via Cattolica, Via Cocchia. Fondata nel 1905 ed inaugurata nel 1910 con 120 ha, aveva avuto nel tempo una notevole espansione fagocitata prima dalle esigenze belliche poi da un picco di voglia di industrie a partire dal 1962. Per acquisire ulteriori territori per il suo sviluppo, si procedette con la famosa colmata a debito del mare. Come se ciò non bastasse, una serie di altri opifici erano andati nel tempo a completare un quadro di rischio ambientale già di per sé critico. Mi riferisco alla vicina Cementir (Cementificio del Tirreno) del 1954 che doveva servire ad impiegare in maniera proficua la loppa, sottoprodotto del processo siderurgico; l’Eternit (tristemente famosa per l’utilizzo di amianto) che traeva dal cemento la sua materia prima e la Montecatini (posta nella zona dell’attuale Città della Scienza) per la produzione di fertilizzanti. E proprio in quest’ultimo settore, incastrato tra ILVA, Montecatini e Cementir, sorgeva un leggiadro villaggio di colonia marina, utilizzato per accogliere d’estate i figli dei dipendenti comunali.

Il grazioso villaggio della colonia marina per i figli dei dipendenti comunali  (coll. G. Fiorentino).

La grande industria siderurgica contava all’interno della sua vasta area, su una capillare rete di collegamenti ferroviari, operata con mezzi di trazione propri, ed allacciata tramite un ardito e lungo raccordo industriale, al piazzale della stazione FS di Campi Flegrei. Un duplice pontile lungo all’incirca 350 metri si protendeva poi verso il mare dove attraccava naviglio di discrete dimensioni per fornire la materia prima e talvolta, per portare via i prodotti finiti. Era una certezza che una sia pur piccola percentuale di quei materiali (carbone e minerali di ferro) finisse in mare o venisse liberata nell’ambiente. Mentre quest’apparato industriale si espandeva con la seducente chimera di aumentare il numero degli occupati, anche la vicina spiaggia di Coroglio e della stessa Bagnoli, viveva per paradosso, ma non l’unico, il suo momento di gloria. I primi spartani bagni (o lidi come si dice da queste parti) furono presto sostituiti da impianti di prim’ordine dove illuminati imprenditori del turismo vi profusero non poche risorse finanziarie. Cito a memoria i vari stabilimenti balneari procedendo da sud verso nord: Lido Pola, Lido Azzurro, l’elegante Lido delle Sirene (tappa obbligata del concorso itinerante di bellezza “Ondina di Sport Sud”), Lido Limpido.

La piazza di Coroglio in piena estate. Via, vai di bus anche su linee speciali e

l’edificio dell’elegante Lido delle Sirene (Collezione A. Cozzolino).

Più in là verso il centro del quartiere: il Lido riservato ai dipendenti dell’ILVA e poi il Lido Fortuna quasi all’inizio del lungomare verso Pozzuoli. Questo boom dell’industria balneare avvenne in concomitanza con lo sviluppo industriale, sfruttando un mare sempre più inquinato, in un ambiente che semmai fosse stato analizzato, avrebbe espresso non pochi sorprendenti ed inquietanti risultati. Di fronte alla grande spiaggia di Coroglio, si pone l’isola di Nisida che ai tempi degli anni ’50 ospitava la prestigiosa sede dell’Accademia Aeronautica.

Al tramonto un efficiente servizio di bus navetta targati AM (Aeronautica Militare), conduceva i cadetti verso il centro di Napoli dove sciamavano felici con il loro giubbetto blu e lo spadino da allievo, ammirati dalle ragazze lungo le Vie Toledo e Via Chiaia. Qualche tempo dopo (Dicembre ’61) l’Accademia venne trasferita nella spettacolare ed adeguata sede di Pozzuoli (Collina di San Gennaro). Il quartiere si presentava con le strade tagliate per lo più a 90° dove il Viale Campi Flegrei (a due corsie ed in leggero pendio) ne costituiva l’ossatura. Fino al 1925 era un comune a sé, con una propria municipalità. Poi per legge, fu incluso nel capoluogo. La piazza principale, su cui insisteva l’entrata dello stabilimento per antonomasia, si chiama Piazza Bagnoli.

La Piazza Bagnoli ripresa da una foto databile agli anni ’30  (coll. G. Fiorentino).

In un secondo tempo, negli anni di massimo sviluppo, la grande porta di accesso all’ILVA (che intanto aveva cambiato proprietà e nome: Italsider) fu spostata sulla via Coroglio, considerata più funzionale ai nuovi livelli di occupazione. Ma il nome Bagnoli che evoca di per sé immagini balneari, non era riferito tanto alle attività marine quanto a sorgenti di acqua benefica che si trovavano in vari alberghi del posto che in un passato non recente, ne proponevano le salutari cure. Ormai negli anni ’50 questa voce di un’identità ed una vocazione termale, era poco più che un ricordo. Gli alberghi che ne conservavano la tradizione erano stati destinati ad altre finalità. Quello grande detto Tricarico posto proprio in piazza, ospitava ufficiali della vicina base Nato (ne diremo oltre).

La stessa Piazza con l’hotel Tricarico ormai occupato dagli ufficiali Nato.

Si noti la pattuglia mista tra MP (Militar Police) e Carabinieri per tutelare la sicurezza del contesto.

 (coll. G. Fiorentino)

Poi il Cotroneo ed il Manganiello svolgevano per lo più servizio camere ad ore. Anzi proprio nel primo si consumò un clamoroso fatto di cronaca nera, quando un’amante tradita, brandendo un rasoio, si vendicò infliggendo all’amato, una irriferibile mutilazione. In alto, oltre la stazione delle Ferrovie dello Stato, sulla collina San Laise, sorgeva il complesso “Fondazione Banco di Napoli”. Costruito negli anni ‘30 in occasione del quarto centenario del famoso Istituto di Credito, doveva accogliere in un contesto che lo poteva far paragonare ad una città satellite, i minori a rischio della realtà cittadina. Era intitolato all’ammiraglio ed uomo politico Costanzo Ciano e constava di ben 18 edifici destinati all’accoglienza. Lo completavano uno stadio, una chiesa cattolica, un teatro, coordinati da viali e giardini. La sua realizzazione che si inquadrava nel più vasto ed articolato progetto di riforma architettonica e strutturale della nuova Fuorigrotta, era costato ben 56 milioni dell’anteguerra. Come la storia ci documenta, il sopraggiungere della guerra ne compromise la sua nobile finalità tant’è che non fu mai impiegato per il suo scopo primario. Fornì al contrario comodo alloggio prima per le truppe tedesche e poi quelle alleate. Rappresentò inoltre opportuno ricovero per i profughi provenienti dall’Europa orientale in attesa di un agognato imbarco per il Sud America. Nell’aprile del 1954, liberato dagli ospiti precari, vi fu installato il comando Nato per il Sud Europa che vi è rimasto fino al 2013. L’articolazione e la grandiosità di quegli edifici, sono ben visibili da vari punti di osservazione come ad esempio dalla collina di Posillipo.

A partire dall’insediamento di quella importante base militare, gli abitanti del quartiere si abituarono alla frequente presenza dei macchinoni americani degli ufficiali di stanza in quel quartier generale. Presto Buick, Pontiac, Chrysler, Cadillac e così via, con le generose pinne posteriori, irrinunciabile stilema delle vetture di oltre oceano di quegli anni, diventarono una gamma senza segreti per i locali. Erano identificate da buffe piccole targhe, create ad hoc per tale impiego, che riportavano nero su bianco insieme ad un numero progressivo, la sigla AFSE (Allied Forces in Southern Europe) ed al leone di San Marco, simbolo del Patto Atlantico. Furono cambiate con la sigla AFI a partire dal 1970. Passeggiando sul viale della Liberazione che tange il complesso Nato, era possibile sbirciare dall’esterno le insegne di un ammiccante “Flamingo Club”. Inoltre chi aveva la possibilità di entrare, sia pure come visitatore, nella blindatissima cittadella, raccontava della presenza di grandi mercati dove si acquistavano a prezzi eccezionali, prodotti elettronici introvabili in Italia; oppure singolari ristoranti dove venivano servite strane polpette in curiose pagnottelle. Era l’avanguardia di Mac Donald.

Il nuovo ed elegante cinema La Perla di Agnano fu requisito a beneficio della truppa di oltre Oceano. Anche l’area tra la Via L. Cattolica e la collina di Posillipo, divenne suolo americano dove si consumava durante il week end (neologismo che imparammo a conoscere) il rito del barbecue e del picnic. Quest’ultima parola invece l’avevamo già appresa da un film di successo coevo. Era altresì possibile giocare nel Carney Park (questo era il nome completato dall’esplicita definizione “Recreation Field”) ad uno strano (e forse stupido) gioco per il quale gli Yankees andavano matti: il base ball (tanto somigliante alla “mazza e pivezo” copyright partenopeo).

Tutto ciò lo sapevamo per sentito dire o per ciò che da ragazzetti vedevamo arrampicandoci sul moderato muro di cinta. Infatti l’accesso al verde contesto era riservato ai militari USA. Nella grande piazza della base, fu accolto il Presidente degli Stati Uniti d’America, John F. Kennedy, il 3 Luglio 1963, durante una trionfale visita che precedette l’attraversamento della città tra il tripudio della popolazione napoletana. A Capodichino era atteso dall’Air Force One che lo riportò a Washington. Dopo alcuni mesi trovò la morte per mano assassina, in una strada di Dallas (Texas). Bagnoli aveva un eccellente sistema di trasporti pubblici. Ciò rappresentava la concomitanza di circostanze favorevoli, anche se non coordinate, che nel tempo l’avevano arricchita.

La grande piazza della base militare Nato, teatro della visita del Presidente J. F. Kennedy  (coll. G. Fiorentino).

D’altro canto questo apparato rendeva un servizio efficiente non solo alla popolazione residente ma anche alle migliaia di operai che ogni giorno dovevano raggiungere il posto di lavoro nei molteplici stabilimenti, in un’epoca in cui la motorizzazione privata faceva i primi timidi passi. Si trattava tra l’altro di un pendolarismo distribuito sulle 24 ore per i motivi che abbiamo esposto. Anche se non posso omettere che, presso l’entrata, grandi tettoie provviste di ganci custodivano le biciclette di quanti si recavano al lavoro con il salutare mezzo di trasporto individuale. In piazza Bagnoli transitava il tram della linea 1 (già 23) che aveva il capolinea in località Dazio lungo la Via di Pozzuoli ed ai confini del territorio della cittadina flegrea. A proposito del Dazio, devo aprire una parentesi. Bagnoli per la sua posizione di rione di limite alla città, aveva due postazioni delle famigerate Imposte di Consumo. La prima è stata citata; la seconda invece si trovava presso il Monte Spina, all’uscita della via Domiziana. L’odioso tributo destinato al Comune, doveva essere pagato per tutte le merci che entravano in città, un retaggio insomma di una gabella medioevale. Fu rimosso dalla riforma fiscale istitutiva dell’IVA.

Ma ritorniamo all’efficiente servizio tramviario. Esso si avvaleva tra l’altro di curiosissimi tram snodati che avevano un’apprezzabile capacità. Inoltre proprio su questa linea furono impiegati i famosi tram con rimorchio. In occasione del fine turno delle 23 (l’ultimo della giornata), gli operai dell’ILVA trovavano all’uscita due vetture ad essi riservate che raggiungevano il centro della città e piazza Garibaldi, in maniera rapida e diretta senza imbarcare utenza ordinaria. Per Bagnoli inoltre passavano due linee di autobus dirette a Pozzuoli e provenienti dalla stazione centrale: la 151 e la 152. Una percorreva il lungomare e l’altra la collina della Solfatara. Un altro servizio storico era quello assicurato dalle autolinee 129 e 129 rosso. La prima collegava Via Veterinaria con Bagnoli Dazio mentre la seconda Via Sant’Eframo vecchio con Coroglio. Ambedue le zone di partenza erano poste nel popolare quartiere Piazza G. Vico. E’ evidente che durante l’estate questi collegamenti venissero messi a dura prova dal picco delle frequenze dovute al pendoralismo balneare. Tant’è che erano istituite anche delle ulteriori autolinee occasionali dette speciali, nei mesi caldi di luglio ed agosto. Completavano il quadro dei servizi su gomma, alcune linee private provenienti dai comuni flegrei e dirette alla Piazza Garibaldi: Guardascione di Bacoli, Schiano di Monte di Procida e la Movibile di Pozzuoli.

La ferrovia Cumana passava per Bagnoli dividendola in due parti che erano messe in comunicazione dal passaggio a livello di Via Enea. Progetti più o meno seri ne prospettarono in varie occasioni un opportuno interramento. Purtroppo ancora oggi 2016, la situazione non è cambiata molto. Questa ferrovia secondaria parte da Montesanto nel cuore della Pignasecca ed arriva fino a Torregaveta. La sua storia risale alla fine del secolo scorso quando un lungimirante ingegnere, Melisurgo, ne progettò la geniale realizzazione. Tuttavia proprio nel segmento per così dire urbano, la ferrovia dimostrò la sua massima utilità. Grazie all’urbanizzazione intensa che gradualmente stava prendendo il posto delle vecchie ville e giardini ma anche grazie a quella voglia di industrie ad ogni costo, che negli anni in esame portarono ad un boom dell’occupazione. Fu pertanto necessario rinforzare i collegamenti proprio tra Bagnoli e Montesanto. Ciò fu possibile grazie all’acquisto di due curiosissime elettromotrici, definite impropriamente “littorine”, acquisite usate dalla dismessa tramvia Torino-Rivoli.

Ma le esigenze operative della ferrovia suburbana, sempre più rilevanti, portarono la direzione SEPSA (la società che la gestiva), ad ulteriori acquisti di materiale rotabile usato. Questa volta presso un’altra ferrovia chiusa: la Livorno-Pisa via Tirrenia. Nel 1962, grazie alla geniale intuizione dei progettisti dell’industria napoletana Aerfer, furono messi in servizio degli ETR innovativi (la serie 100) che utilizzarono per la prima volta i gradini a raso ed il piano ribassato. E finalmente anche qui trovarono impiego le porte automatiche pneumatiche. Altresì efficiente era il servizio della Metropolitana FS con la stazione posta in alto, in cima al Viale Campi Flegrei. Per la sua posizione era maggiormente indirizzata ai residenti della parte alta. Gli altri infatti (quelli di giù) preferivano la Cumana per risparmiarsi l’erta salita. Purtroppo il servizio era sensibilmente condizionato dalle interferenze con i treni rapidi (da/per Roma) e dai merci. Quando si prospettava il transito di tal genere di convogli, bisognava aspettare anche 40 minuti perché riprendesse il servizio metropolitano. Bagnoli era un quartiere comunque densamente abitato. La televisione si stava, piano piano, portando in tutte le case. In tale attesa era ancora il cinema lo spettacolo più popolare. C’erano all’epoca ben quattro sale di cui due degne di questo nome e due che definirei “pidocchietti”. Le sale più belle erano a pochi passi dalla piazza. Intendo il Ferropoli (non mi fu chiaro da subito a cosa si riferisse quel nome così particolare) posto a lato dell’ingresso dell’ILVA con il cui dopolavoro era in convenzione, e Terme, proprio sul lungomare che conduce a Pozzuoli. I due mignon erano invece il Cabiria in Via Giusso ed il Roma, in una traversa del Viale Campi Flegrei.

Via Giusso nell’anteguerra. In fondo la stazione della ferrovia Cumana.

Il cinema Cabiria era posto sul lato destro  (coll. G. Fiorentino).

Da circa venticinque anni, il grande colosso ha spento i suoi altiforni presto emulato dalle industrie adiacenti. Anche i Lidi hanno cessato la loro attività proprio quando forse si poteva sperare in un contesto ambientale migliorato. Ma come la complessa cronaca ci narra, ben poco delle opere connesse alla cosiddetta dismissione ossia bonifica e riutilizzo, ha trovato una propria realizzazione a distanza di tutti questi anni. Il tram da tanto ormai, non arriva più a Bagnoli. Ciò se da un lato ha conferito alla strada una ritrovata importanza, è pur vero che ha privato il quartiere di un semplice ma efficiente collegamento. La Cumana offre ancora un servizio valido anche se rattoppato per croniche difficoltà finanziarie, proponendo tutt’ora un’anacronistica servitù con il passaggio a livello di Via Enea che si chiude ad ogni piè sospinto. Così spesso diventa un incubo per gli automobilisti “traghettare” da un lato all’altro. L’apertura invece del Museo “Città della scienza” sull’area dismessa della Montecatini, sia pure non scevra da eventi critici, come la cronaca di racconta, sembra ispirare un po’ di ottimismo circa il futuro.

Tutto quanto ho raccontato mi è venuto in mente come un rapido e virtuale rewind qualche tempo fa.

In compagnia di alcuni amici francesi ci siamo affacciati dal belvedere della terrazza del Capo di Posillipo. L’aspetto sinistro di quella grande distesa di industrie cessate, trovava un netto contrasto (l’ennesimo paradosso) con la bellezza di quei luoghi tra Nisida, la grande spiaggia di Coroglio, Pozzuoli, il Capo Miseno e laggiù Ischia; luoghi che per la loro bellezza furono amati sin dall’epoca dell’Impero Romano e, via via, per arrivare ai nostri progenitori dell’800; luoghi che ispirarono i poeti classici a cantare di dei ed eroi. Proprio nei giorni di cui parlo, il governo centrale ha manifestato una rinnovata volontà di poter finalmente procedere ad una corretta bonifica delle aree, operazione propedeutica per un loro utilizzo civile. Auspico fermamente che ciò si possa realizzare anche se, sono convinto, certamente non lo potrò vedere in questa vita.  

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