di Antonio Gamboni

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La strada di Chiaia, inizio dell’antichissima via Puteolana, correva lungo il fondo naturale esistente tra il colle Echia (Pizzofalcone) e l’altura di San Carlo alle Mortelle “or salendo ed ora discendendo tra i dirupi e gli orti” secondo un andamento tortuoso. Nel 1539, a seguito dei lavori di ampliamento della città voluti dal Viceré Don Pedro di Toledo, la strada fu allargata secondo le condizioni attuali e fu costruita una rampa, lo Pendino de Chiaia, per collegarla con Pizzofalcone.

 

Pianta di Napoli di F. De Witt del 1695 (particolare).

Evidenziato in verde il percorso dell'antica via Puteolana con, cerchiata in rosso,

la vecchia Porta di Chiaja abbattuta nel 1784. 

In seguito, con l’espansione edilizia delle citate zone, la rampa divenne insufficiente a garantire le comunicazioni con la strada di Chiaia anche se, in alternativa, vi era l’erta salita dei gradoni. Ludovico de la Ville sur-Yllon scrive in “Napoli Nobilissima”: “Fu nel 1636 che il Viceré D. Emmanuele Zunica y Fonseca, Conte di Monterey, volendo facilitare le comunicazioni necessarie alla sociabilità ed alla commodità di tutti i cittadini, ordinò la costruzione di un ponte, che unisse le due parti della città così vicine e tanto divise tra loro, e volle che le spese necessarie per la costruzione di esso fossero fatte dai complatearii, cioè dagli abitanti della contrada, ai quali l’opera era di maggior giovamento. Da questa contribuzione furono esclusi, naturalmente, il Convento di S. Maria degli Angeli dei PP. Teatini e quello di S. Orsola dei PP. della Mercede per la cura che avevano delle anime. Il ponte fu costruito in pietre e mattoni e parve opera mirabile in quei tempi.” E, come di consuetudine, sotto di esso, nella parte sinistra, fu posta la sottostante lapide.

Lapide ancora esistente sotto il Ponte di Chiaia (foto M. Pirone).

   

La tavola LXXXIV tratta da Napoli Antica mostra il Ponte di Chiaia prima dell'abbattimento della rampa e,

altra immagine con raffigurato il nuovo Ponte voluto da Ferdinando II di Borbone (coll. A. Gamboni). 

Quindi, il Viceré comanda e … il cittadino paga! Vecchia la storia, ma andiamo avanti. Una delle tavole a colori della ”Napoli Antica” di Cardone e D’Ambra, la LXXXIV, ci mostra come si presentava il Ponte di Chiaia nel 1834, prima che Ferdinando II Borbone ne decretasse sia il restauro che l’abbattimento della rampa sostituendola con la scala ancora oggi esistente. Sicuramente F. P. Aversano, pittore ed incisore della tavola, tenne presente l’immagine già pubblicata nel 1838 dall’Omnibus Pittoresco.

Cediamo ancora la parola al de la Ville il quale così descrive la vecchia salita: ”Una sconcia e meschina rampa menava dalla via di Chiaia alla Piazza di S. Maria degli Angeli: alla metà di essa era un grosso Crocifisso, forse uno di quelli, che il P. Rocco fece mettere per le vie, davanti al quale di notte s’accendea un lumicino. Finiva nella parte superiore con una vòlta bassa ed oscura, piena di sudiciume e di lordure, alle pareti della quale erano dipinte delle figure rosse, forse le anime del Purgatorio.

Un continuo rigagnolo di acque impure scorreva sul malconnesso selciato e lo rendeva oltremodo sdrucciolevole: degli accattoni stanziavano innanzi al Crocifisso e sotto la vòlta bassa.

Scarsamente illuminata la notte, era malsicura perché frequentata dai ladri. Case e botteghe umide ed ignobili erano tanto sulla rampa, che sotto di essa lungo la via di Chiaia e proprio sotto il Ponte c’era ab antico un venditore di utensili di rame, un rammaro, che tappezzava il fronte della sua bottega di caldaie e cassaruole ed assordava i vicini col continuo martellare”.

 

I gradoni di Chiaia insieme alla rampa collegava la strada di Chiaia con La parte alta (coll. A. Gamboni).

Nel 1834, durante il regno di Ferdinando II di Borbone, il Ponte mostrò delle lesioni che non sfuggirono all’attenzione del Ministro Santangelo che ne ordinò il restauro affidando l’incarico all’Architetto Grazio Angelini. In questa occasione fu deciso di demolire la rampa e con essa le antiche case che erano intorno. Al Ponte fu aggiunto un altro arco nella parte inferiore in modo da renderlo più sicuro, furono innalzati due pilasti per irrobustire i sostegni ed una scala coperta a tre piani sostituì la vecchia rampa. La nuova costruzione fu ornata sul lato orientale con due bassorilievi, uno opera dello scultore Tito Angelini e l’altro di Gennaro Calì, mentre sulla parte occidentale furono scolpiti dall’Arnauld due cavalli. Mancava solo l’imprimatur del sovrano, cosa che fu fatta apponendo una seconda lapide “dettata dal vecchio Canonico Rossi Accademico Ercolanese ed allora in fama di elegante latinista”.

 

La seconda lapide visibile sotto il Ponte, fu apposta nel 1834 (foto M. Pirone). 

Siamo così giunti al 1860 quando, anche sul Ponte di Chiaia, lo stemma del Borbone fu sostituito con quello dei Savoia i quali, probabilmente, quel Ponte l’avranno solo visto di passaggio. Ed allora, perché non dare Caesari quod Caesaris est ricollocando sul Ponte l’antico stemma borbonico? Potrebbe essere questo uno dei tanti passi per riappropriarci di quel che ci appartenne.     

          

Il Ponte di Chiaia visto da oriente in una cartolina degli anni '30 del 1900 e ...

... il suo versante occidentale in una cartolina del 1910 (coll. M. Pirone).

  

Il Ponte di Chiaia come si presenta oggi. Le foto a lato mostrano i bassorilievi degli angeli con lo stemma sabaudo (opera di Tito Angelini e Gennaro Calì) ed cavalli rampanti con lo stemma del Comune di Napoli (opera dell'Arnauld).

(foto di M. Pirone) 

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