di Antonio Gamboni

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Come noto, l’Odonomastica, vocabolo derivante dal greco hodós ‘strada’ e onomastikòs ‘denominazione’, è lo studio dei nomi delle strade dal punto di vista storico e linguistico.

Fatta questa piccola precisazione, passiamo ad esaminare quanto si è scritto circa una strada alla periferia orientale di Napoli: il Ponte dei Francesi. Ecco quanto scrive al riguardo Alfredo d’Ambrosio in “Le strade di Napoli nella città moderna”, Napoli 1972: “Dopo il sacco di Roma, 6 maggio 1527, ad opera dei lanzichenecchi di Carlo V, il re di Francia, Francesco I, mandò in Italia un esercito al comando di Odetto di Foix, visconte di Lautrec, che, dopo aver occupato Alessandria, Genova e Pavia, venne, nell’aprile del 1528, a porre l’assedio a Napoli. La città era stretta in una morsa, bloccata com’era anche dal mare dalla flotta di Giannettino Doria che impediva, da quel lato, qualsiasi rifornimento.

Il popolo, privo dei generi di prima necessità, cominciò a tumultuare ed il viceré d. Ugo Moncada, temendo una rivolta interna, decise di tentare lo sblocco del golfo onde permettere l’approdo ai legni spagnuoli con gli approvviggionamenti.

Con le poche galee che riuscì ad allestire assaltò la flotta nemica presso Capo d’Orso, nel golfo di Salerno, dove, nonostante il suo ardimento ed il valore dei suoi uomini, perse la battaglia ed, in questa, anche la vita.

Filiberto di Chàlons, principe d’Orange, chiamato alla vicereggenza dopo la morte del Moncada, trovò modo di rifornire di viveri la città, via terra, ma non gli fu possibile, con le poche forze che aveva, rompere l’assedio.

Ad oriente della città lo schieramento francese andava dal colle di Poggioreale al mare e gli attendamenti erano disposti al margine della zona acquitrinosa delle paludi.

L’Orange non potendo impiegare la forza ricorse ad altri mezzi; fece immergere nelle paludi, già per se stesse malsane, una grande quantità di canapa in modo che i miasmi della macerazione appestassero l’accampamento francese, dove, ben presto, si sviluppò un’epidemia.

L’infezione fu micidiale e tra le tante vittime ci fu lo stesso condottiero Lautrec ed il suo aiutante, capitano Pietro Navarro. Decimati, indeboliti dalle febbri, sbandati perché privi, ormai, dell’alto comando, i francesi abbandonarono quei luoghi infetti e, per conseguenza, l’assedio, ritirandosi ad Aversa, dalla quale gli spagnuoli, ricevuti rinforzi, più tardi li sloggiarono costringendoli a ritirarsi definitivamente.

I corpi di Odetto di Foix e di Pietro Navarro furono tumulati nella chiesa di S. Maria la Nova, dove i loro sepolcri sono ancora visibili, ai lati dell’altare nella Cappella di S. Giacomo della Marca.

Il quartiere generale del visconte di Lautrec stava alla sommità del colle di Poggioreale, pertanto quella stretta cupa che dalla Piazza S. Maria del Pianto, accanto all’omonimo cimitero, scende e sbocca a Via Poggioreale, è denominata Cupa Lautrec, ma comunemente e dialettalmente chiamata “O’ Trex” [sic].

Il punto terminale, vicino al mare, dello schieramento francese prese il nome di coloro che l’occupavano ed ancora oggi si chiama: Il Ponte dei Francesi.

Dall’alto della collina di Poggioreale, dove inizia la Cupa Lautrec, guardando verso il mare, si può notare che questo luogo collima perfettamente, in linea d’aria, con il Ponte dei Francesi”.

Dunque, i francesi che hanno dato nome al ponte sarebbero quelli di Odetto de Foix Conte di Lautrec, risalenti al 1528.

Ripresa satellitare che inquadra la Via Ponte dei Francesi e la sottostante linea ferroviaria (da Google maps).

Più cauto si mostra lo storico napoletano Gino Doria in “Le strade di Napoli” (Napoli 1979) quando, alla voce Ponte dei Francesi, scrive: “Questa denominazione risale, probabilmente, all’invasione francese nel regno di Napoli. Da quel brioso libro di F. Alvino che è il Viaggio da Napoli a Castellammare (Napoli, stamp. dell’Iride, 1845, p. 8) rilevo che in questo luogo era un caffè de’ Francesi.

Ma è possibile che i citati autori non abbiano letto il libro “Viaggio da Napoli a Castellammare” che Francesco Alvino diede alle stampe nel 1845? Al capitolo III è scritto: “… Ma innanzi che io vi parli di Vigliena, permettete che dia pure uno sguardo a questo terzo ponte, il quale veramente non saprei dirlo tale, stanteché la Crusca ci dice che “Ponte è un edificio per lo più arcato che propriamente si fa sopra l’acque per poterle passare”, e per quanto io vegga qui acque non sono, ma invece vi passa per di sotto un fluido che nato dall’acqua è il nemico vittorioso dell’acqua: dico il vapore. Questo ponte fu costruito, ora è tre anni, per la novella strada ferrata che da Napoli mena a Nocera e Castellammare, ed è pregevol opera del francese architetto cav. Bayard de la Vingtrie. Esso taglia per traverso la strada, e formasi di due lunghissime arcate, una delle quali serve per la macchina che parte da Napoli, l’altra per quella che torna. La lunghezza di ognuna di esse è di palmi 152, l’altezza 19 1/2 fin sotto la chiave dell’arco, la larghezza interna di palmi 16. Non manca di luce, pur tuttavia bisogna convenire che quelle tenebre, che ad un tratto si appresentano agli occhi del viaggiatore e svaniscono, sono di un effetto un po’ triste, e qualche volta riusciron anche, per l’imprudenza altrui, malaugurate”.

Il Ponte dei Francesi ripreso da bordo treno nell'autunno del 1975 (foto A. Gamboni).

Un articolo molto interessante in merito fu pubblicato, su mio input, dall’amico e collega di lavoro Paolo Neri sul periodico Clamferrovia (numero speciale edito nel luglio 1989 in occasione del 150° anniversario della ferrovia Napoli-Portici). Leggiamolo insieme: “Quando Napoleone giunse in Italia, a Napoli regnava Ferdinando IV. Questi aveva affidato il comando del suo esercito al generale austriaco Karl Mack che si avviò contro le truppe di Napoleone, già entrate in Roma.

Per sua sfortuna era sceso dal nord il brillante generale francese Championnet, il quale sbaragliò l’esercito napoletano, lo inseguì fino a Napoli costituendo la Repubblica Partenopea e Ferdinando IV fu costretto a rifugiarsi a Palermo (23 gennaio 1799).

Pare che l’esercito francese entrasse in città dal lato sud e che per i suoi movimenti dovessero allestirsi opere di viabilità. Tra queste, si dice che dovesse realizzarsi un ponte sulla strada così detta delle Calabrie, proprio alle porte della Capitale.

Il ponte ancora oggi esiste e viene comunemente chiamato ponte dei Francesi ma pochi si soffermano a considerare che, dopo tutto, esso non servisse a quell’epoca ad attraversare alcun ostacolo, giacché attraversa oggi una ferrovia.

La realtà è che quel ponte è giustamente chiamato “ponte dei Francesi” ma i francesi non sono quelli del generale Championnet bensì i meno bellicosi fratelli Bayard ed il loro socio de Vergés i quali, dopo 39 anni dal passaggio delle truppe napoleoniche, costruirono la loro ferrovia e trovarono l’ostacolo della strada regia delle Calabrie che sottopossarono con l’ardito ponte.

Ci rendiamo conto che è facile che si crei questo bisticcio storico. Allora, perché non intitolare definitivamente quel ponte agli imprenditori d’oltralpe e nominarlo ponte Bayard?”

Documento originale del 1838 che mostra il posizionamento del Ponte costruito dall'ing. Bayard (coll. A. Gamboni).

Dunque i francesi del “Ponte” non sono quelli di Lautrec e neppure quelli di Championnet che combatterono nel 1799 contro i valorosi soldati della legione calabrese di stanza nel vicino Fortino di Vigliena, come ricorda la lapide che fu posta sul Ponte dal Comune di Napoli nel 1889. E poiché secondo un vecchio adagio “tra i due litiganti il terzo gode”, i francesi del “Ponte” sono quelli che lo realizzarono, cioè le maestranze dell’ing. Armand Bayard.

Degno di nota è il seguente trafiletto apparso sul quotidiano “ROMA” del 18 giugno 1940 dal titolo “Sostituire la denominazione di Ponte dei Frangisi” [sic]: “I dipendenti dell’OCREN ci inviano una lettera perché contiene una giusta protesta che volentieri giriamo al Podestà nella sua qualità di presidente del Capitolo toponomastica cittadina: sostituire cioè la denominazione di Ponte dei Francesi con quello di Ponte di Corsica o qualche altro che più si adatti. La proposta è dovuta come si è detto allo spirito patriottico delle fascistissime maestranze dell’OCREN”.

Non se ne fece nulla, ed è bene che sia andata così. “Corsica”? Mah! Meglio “Francesi”.

Concludiamo queste note con un appello all’Assessore competente del Comune di Napoli affinché il “Ponte dei Francesi” sia rinominato “Ponte Bayard”. Così il nuovo toponimo non solo farebbe uscire il Ponte  dall’anonimato ma servirebbe anche a giustamente ricordare quell’ingegnere francese che realizzò la prima ferrovia d’Italia, dando un primato all’allora Napoli capitale.

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