di Gennaro Fiorentino

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Nacqui altrove, ma venni a vivere a Fuorigrotta in tenera età. Ebbi quindi il privilegio di poter essere testimone del suo sviluppo che ne fece la città satellite per eccellenza, completandone il percorso di urbanizzazione iniziato prima della seconda guerra mondiale. Oggi che la maturità mi ha donato una sensibilità inedita, mi piace riconoscere a quegli anni una forza ed un entusiasmo di FARE che non avrei mai più riscontrato nelle faccende pubbliche e private del capoluogo.

La mia annotazione appare ancora più valente considerando che stiamo parlando degli anni ’50, ossia a ridosso della Guerra con la sua scia di miseria ed in mancanza di quegli organismi pubblici quali la Regione, che sarebbero venuti dopo qualche anno e che sarebbero dovuti essere propulsori di sviluppo.

Le considerazioni di delusione per quello che in seguito si sarebbe potuto fare e che non si è fatto, pur disponendo di ben altri mezzi, sarebbero molteplici ma, nel rispetto dell’amenità di questo sito, preferisco bandire discorsi critici e ricordare invece quegli anni ’50, che potrei definire “ruggenti” e che conferirono al quartiere il suo volto esemplare.

Il Quartiere fondato da Nicola Miraglia presso la "Mostra delle Terre d'Oltremare",

durante la fase di costruzione del 1929. In fondo a sinistra l'edificio scolastico "G. Leopardi"

ed il rione di case popolari "Duca d'Aosta" (foto coll. G. Totaro).

Visione a volo d'uccello del quartiere "Fuorigrotta" in costruzione.

In fondo a sinistra lo Stadio San Paolo in fase di realizzazione (coll. G. Fiorentino).

All’inizio degli anni ’50, il Viale Augusto esisteva già, con le due corsie separate dalla grande aiuola centrale, con i pini e le palme (quasi un ponte ideale tra Italia ed Africa) ed i grandi alti pali in cemento autarchico SCAC per l’illuminazione pubblica. D’altronde non potrebbe essere diversamente considerando la sua funzione di conduzione alla Mostra d’Oltremare, risalente alla fine degli anni ’30, con la quale pertanto costituiva quasi un unicum. Anzi il suo andamento sapientemente e impercettibilmente curvilineo, serviva proprio a far pervenire nella grande piazza della Mostra con gradualità. In questa guisa il visitatore avrebbe avuto la sorpresa di un’apertura repentina su quella grande piazza (Tecchio) delimitata dall’ingresso della grandiosa esposizione. È pur vero che le aree che lo fiancheggiavano, solo in parte erano state edificate e per lo più da edilizia pubblica. Questi rioni costruiti per intenzione dell’IACP e di altri enti, risalivano in parte a prima della Guerra ed in parte al periodo postbellico.

L’ultimo costruito in ordine di tempo, fu il rione confinante con l’attuale Politecnico che risaliva al 1949. Fu il frutto della genialità del maestro degli architetti Luigi Cosenza che ideò un parco di sei fabbricati paralleli (in realtà ne furono costruiti quattro), tenuti insieme a mo’ di cerniera da un corpo di fabbrica ad un piano, sovrastante un leggiadro colonnato.

I due fabbricati mai realizzati, furono invece sacrificati dall’esigenza della costruzione della vicina nuova Facoltà d’Ingegneria la cui progettazione fu affidata alla stessa matita. Tuttavia il celebre architetto, nel progettare questa facoltà, volle inserirvi sul lato che insiste sul Viale Augusto, un colonnato che potesse raccordarsi a quello adiacente del Rione IACP nel tentativo di realizzare un’armonia stilistica ed una continuità architettonica.

Viale Augusto con, sulla destra, il nuovo rione confinante con il "Politecnico" (coll. M. Pirone).

Esaurita la spinta iniziale della costruzione delle case pubbliche, i rimanenti suoli, e non erano pochi, furono presto presi di mira dall’iniziativa privata, prevedendo che il Viale Augusto sarebbe diventato il posto più prestigioso di Fuorigrotta. Tra i primi fabbricati ad essere edificati fu quello all’angolo di Via A. Doria, ma in realtà erano due affiancati. Per battere i pali delle fondazioni, si procedette prima ad un colossale sbancamento fino a scendere ad una quota di meno 8/10 metri effettuato con due moderne e poderose scavatrici Fiorentini. Tale operazione per la sua grandiosità, richiamava l’attenzione di un capannello stabile di curiosi, spesso c’eravamo anche mio padre e me, tra i quali serpeggiavano le voci e i “si dice” più disparati. Si andava dalle ipotesi degli astronomici prezzi di quegli appartamenti fino alla previsione dell’apertura sotto quell’edificio di una filiale della Upim, di un cinema, di un albergo e di un teatro. Tutte ipotesi che si realizzarono con puntualità.

Molte volte le voci del popolo precedono anche le intenzione dei diretti interessati. Un discorso a parte merita l’edificio detto “Albergo delle Masse”. Posto sul lato destro della seconda metà del Viale, esso avrebbe dovuto accogliere le grandi masse di turisti di cui era previsto l’arrivo in visita alla Mostra d’Oltremare, offrendo loro un’ospitalità confortevole ed a costo conveniente. L’edificio, ma in realtà si trattava di più corpi di fabbrica, era piuttosto arretrato rispetto all’asse stradale in modo da non offrirne una prospettiva “asfissiante”. Le vicende della Guerra, comuni a quelle della Mostra, gli negarono l’utilizzo per il quale era stato concepito. Infatti a parte gl’immancabili danni dei bombardamenti, il passaggio prima delle truppe di occupazione e poi dei senza tetto, lo ridussero in uno stato di degrado e fatiscenza che ne inibì ogni possibile recupero. Una volta svuotato da ogni ospite, fu abbattuto ed al suo posto costruiti una serie di eleganti palazzi per cui i progettisti procedettero ad un prevedibile quanto intenso utilizzo dei suoli. I nuovi edifici furono separati da strade trasversali meno che strette (Via Fermariello e Via Degni), e dunque ben lontane per larghezza da quelle del progetto di anteguerra delle traverse del Viale, che si era già fatto in tempo a costruire (Via Doria, Via Veniero, Via degli Scipioni ecc.). La realizzazione della nuova Fuorigrotta, così come voluto dal regime, oltre a travolgere le numerose masserie agricole presenti, sacrificò diversi edifici pubblici e privati che, anche se non proprio esempio di edilizia moderna, costituivano l’anima del quartiere. Tra questi fu abbattuta la chiesa di San Vitale, suscitando vivaci quanto inutili proteste da parte dei fedeli. Essa tra l’altro ospitava le spoglie mortali di G. Leopardi che furono traslate nel parco Virgiliano a Mergellina. Ai fuorigrottesi devoti al loro patrono San Vitale, fu offerta una parrocchia provvisoria che fu edificata nell’attuale Via delle Legioni con la promessa di una successiva e degna collocazione nella più bella piazza del quartiere. Purtroppo agli albori degli anni ’50, della nuova chiesa posta nella piazza che si chiamò piazza San Vitale, erano state edificate solo le fondamenta. Però il suo completamento non tardò offrendo una nuova e degna sede al Patrono. Oggi insieme con la Chiesa Madre, continua a vivere anche quella provvisoria che è stata consacrata al “Buon Pastore”.

Lo stadio "San Paolo" in costruzione. In quel tempo, nel periodo natalizio, lo spazio libero

veniva occupato da famosi Circhi equestri, come testimonia il tendone in primo piano (coll. M. Pirone).

Lo stadio “San Paolo” detto dei centomila ma in sostanza dei settantamila, può di certo entrare nei “topos” di Fuorigrotta e del tema di questa conversazione, essendo stato inaugurato il 6 Dicembre 1959 con la partita di campionato Napoli-Juventus. Agli sportivi precisiamo che finì con la vittoria della squadra azzurra. Le cronache riportano che i lavori erano iniziati sulla grande area est della piazza Tecchio nel 1948, ma un personale ricordo mi documenta che solo durante gli anni ’50, l’edificazione subì un concreto impulso. Infatti durante una passeggiata domenicale con i miei cugini “grandi”, i nostri passi ci condussero, ed era il 1953, presso il grande cantiere del nuovo campo sportivo. Malgrado il giorno festivo e la splendida giornata, il traffico sia veicolare che pedonale, era pressoché inesistente. Un capocantiere o comunque un guardiano, richiamò la nostra attenzione. Con atteggiamento intrigante e complice, c’invitò ad entrare in una baracca dove, tra diversi tavoli da disegno abbandonati dagli ingegneri per la sosta domenicale, troneggiava il bianco plastico del costruendo “Stadio del Sole” (nome provvisorio). I miei cugini e me, restammo senza parole davanti a quella meraviglia di cui si sarebbero quanto prima dotati il rione e dunque la città, pervasi dall’orgoglio di risiedere in quel dinamico quartiere. L’inaugurazione dello Stadio, cambiò le abitudini dei residenti. Quando c’era la partita era opportuno uscire o rientrare di casa in orari diversi per non interferire con la grande massa dei tifosi. La motorizzazione privata faceva i primi passi, pertanto la maggior parte degli spettatori usava i mezzi pubblici per raggiungere il San Paolo.

L’ATAN costruì all’uopo due antenne tramviarie innestate sulla linea 2, ma mai utilizzate. Mentre fondamentale apparve la funzione della Metropolitana FS (oggi linea 2). La domenica delle partite, venivano allestiti convogli speciali utilizzando “fondi di magazzino” ma efficienti. Locomotori 626 con lunghe teorie di carrozze centoporte, occupavano i vari binari della vicina stazione di Campi Flegrei. A fine partita indicatori luminosi (definirli display sarebbe esagerato), grossolani ma efficienti, smistavano la folla verso il binario del primo treno in partenza. Il servizio speciale prevedeva le sole fermate a Mergellina e Piazza Garibaldi. Ed a proposito della Metro FS, va ricordato che sempre nel decennio in questione, fu aperta il 1957 la fermata di Cavalleggeri Aosta offrendo una grande comodità alla crescente popolazione di quel rione di Fuorigrotta. In concomitanza le FS misero in servizio, sulla linea sotterranea, gli elegantissimi ETR 803 con la livrea rossa e gialla e le poltroncine imbottite. Le 803 in circolazione a Napoli, erano un po’ particolari rispetto al modello standard, offrendo meno posti a sedere ma una maggiore capacità complessiva. Ma le novità di quel 1957 non si fermarono qui. L’ulteriore fu l’istituzione del biglietto orario che gettò nello sgomento l’esercito di studenti e non, che fino a quel momento potevano riutilizzare il biglietto datato, quando non forato, magari sia per la mattina che per il pomeriggio; oppure cedendolo ad amici e parenti. Una piccola trasgressione difficilmente individuabile. Il biglietto orario pose fine a questa pratica. Per l’occasione furono aboliti i blocchetti di biglietti colorati e sui banchi delle biglietterie comparve una cromata scatoletta marcata RIV (il fabbricante), che emetteva il nuovo titolo di viaggio a validità oraria.

Alla mia curiosità infantile non sfuggì che le brillanti “bigliettatrici” erano uguali a quelle usate dalle casse del Bar Mexico, molto popolare all’epoca, per emettere gli scontrini per i caffè: stessa tecnologia, applicazione diversa.

      

Viale Augusto e Via Giulio Cesare negli anni '50 del secolo passato (coll. M. Pirone).

La strada parallela del nobile Viale Augusto, era Via Giulio Cesare che ricalcava grosso modo quella storica di collegamento tra Fuorigrotta e Bagnoli. Continuava ad essere percorsa dal tram che svolgeva quotidianamente un servizio umile ma molto utile ed apprezzato. La linea principale era il numero 1, nata dalla fusione tra il 23 ed il 16. La linea 4 diretta alle Terme ed all’Ippodromo con partenza da piazza Vittoria, le si sovrapponeva in parte ma era servita dalle graziose vetturette dette “Balilla”. Il servizio tramviario era rinforzato in alcune ore del giorno, da alcuni esemplari di tram con i mantici dette dal popolo “sposa”, in ricordo del loro impiego durante la guerra per trasportare, su richiesta, comitive di sposalizi. Quando questi tram vennero con gradualità eliminati perché obsoleti, le dinamiche maestranze del deposito di Fuorigrotta s’inventarono il tram con il rimorchio, utilizzando genialmente tutto ciò che avevano in “casa”, all’insegna di una filosofia di economia che l’opulenza dei decenni successivi ci avrebbe fatto dimenticare. Il tram doppio fu molto apprezzato dall’utenza specie nelle ore di punta. Resta un po’ nebuloso, secondo gli esperti, se l’equipaggio fosse costituito da 3 o 4 agenti (per me erano 4).

La linea 1 terminava il suo percorso a Bagnoli Dazio, transitando nell’ultimo tratto sul lungomare di Bagnoli, purtroppo non ancora protetto da massicce scogliere. Allora quando le mareggiate invernali invadevano le rotaie, il servizio veniva sospeso o, perlomeno, limitato. I treni arrivavano a piazzale Tecchio e tornavano indietro utilizzando la comoda racchetta. I passeggeri diretti oltre proseguivano cambiando per alcune vecchie vetture biassi reversibili con rimorchio, le quali, arrivate a piazza Bagnoli, tornavano indietro eliminando dal loro percorso il tratto più pericoloso ossia quello finale invaso dalla mareggiata. Questi eventi atmosferici, imprevisti e rovinosi, erano per me una vera gioia potendo ammirare in tali occasioni, le evoluzioni del personale di questi convogli di emergenza al capolinea di Via Diocleziano (angolo piazzale Tecchio), per girare le motrici e riagganciare i rimorchi. Quest’operazione avveniva all’ombra del Commissariato di PS, in stile razionale del regime, il cui ingresso era preceduto da un pronao che voleva scimmiottare un tempio greco. Anche questo edificio presto fu abbattuto per fare posto ad un palazzo ben più invadente, dove trovarono alloggio decine di famiglie e la sede provinciale dell’ACI-PRA.

Programma cinematografico

del "Cinema alle Ginestre", il locale più

importante di Fuorigrotta.

(coll. A. Gamboni)

Negli anni ’50 il cinema era ancora lo spettacolo più popolare, in attesa che la televisione entrasse nelle case degl’italiani prima con timidezza e poi addirittura con prepotenza, come avremo modo di dire meglio più avanti. Fuorigrotta aveva all’inizio del decennio di cui parliamo, due sale cinematografiche: l’Esperia ed il Leopardi. La prima si diceva avesse preso il posto nientedimeno che dell’antico Teatro di Don Achille chiamato pomposamente “Excelsior” anche se come riferiscono le cronache dell’epoca, pare ci piovesse dentro.

L’Esperia era un bel cinema con la galleria e la platea, situato nella porzione del vecchio quartiere salvatosi per miracolo dal cosiddetto “sventramento” dell’anteguerra. L’altro era il Leopardi, in Via Cumana e di fronte al deposito dei tram. Aveva solo la platea. Presto fu ribattezzato Azalea. Le due sale tuttavia, per numero e per qualità, non si ritenne fossero al passo con lo sviluppo del quartiere. Così un lungimirante imprenditore, intraprese la costruzione di un edificio “ad hoc” , posto di fronte alla chiesa di San Vitale, ancora allo stato di fondamenta ed in attesa di completamento, destinato ad accogliere un nuovo cinema che avrebbe fatto a lungo parlare di sé, per la sua bellezza. Era il cinema “Alle Ginestre”, il cui nome floreale rappresentava un riferimento alla leopardiana memoria. La sala fu inaugurata con il film “Un turco napoletano” riscuotendo un successo clamoroso. Tuttavia la sua speciale attrezzatura, prevista fin dall’inaugurazione con lo schermo “cinemascope” e suono “stereofonico”, gli consentì ben presto di proiettare i grandi capolavori provenienti dall’America e girati già con queste nuove tecniche spettacolari. Ben presto anche i vecchi cinema della zona si dovettero adeguare alle nuove tecniche, allargando lo schermo e ristrutturando gl’impianti acustici per quanto glielo consentisse lo spazio.

 Dopo qualche tempo anche il palazzo di Upim, secondo le previsioni del progetto, ospitò un nuovo locale. Era l’Acanto, non molto grande e con la sola platea. Il locale di aspetto gradevole ma ben lontano dall’eleganza de “Alle ginestre”, con clamore esordì con un prezzo unico di 190 lire ossia più caro del suo diretto concorrente fermo a lire 160.È appena il caso di accennare ai coevi cinema Lauro e Quadrifoglio, che trovandosi in rioni specifici di Fuorigrotta, ebbero sempre un’utenza locale ed una programmazione di terza visione. Gli edifici di tutti questi cinema oggi sono ancora in piedi ma con utilizzo diverso; solo il Lauro è stato riconvertito a Teatro con il nome di “Massimo Troisi”.

 

      

Quattro diverse inquadrature dell'ingresso della Mostra d'Oltremare (coll. G. Fiorentino - M. Pirone).

L’8 Giugno 1952 anche la Mostra d’Oltremare riaprì i suoi battenti dopo un intenso lavoro di ripristino e di ricostruzione dove necessario. Il grande parco espositivo che, oltre ai padiglioni, contava innumerevoli attrazioni, era stato opera del regime che non potette avere il giusto impiego per il concomitante scoppio della guerra. Fu facile obiettivo per i bombardamenti aerei, trovandosi sulla direttrice degli stabilimenti ILVA di Bagnoli, nonché ottimo ricovero per le truppe di occupazione. Certo che dopo la guerra, essa versava in uno stato di degrado e distruzione unici. Si disse che l’esitazione nel far procedere la sua ricostruzione avesse, per così dire, motivazioni ideologiche; certo che anche il nome che poi le è restato, risultava ormai obsoleto dopo le note vicende belliche. Io invece credo che l’esitazione sia stata dovuta solo a problemi di natura economica, trattandosi non di un edificio ma di decine di strutture, si percepì subito che si sarebbe trattato di un impegno finanziario notevole. Ma anche in questo caso la grande opera di ricostruzione fu affrontata e compiuta. Una volta ripristinata, vi furono programmate una esposizione sul lavoro italiano e dopo alcuni anni, una Mostra sulla Marina. In tale occasione fu costruito sul piazzale d’ingresso la torre di un faro che dall’imbrunire in poi, illuminava tutto il quartiere con il suo raggio rotante. Esse restarono aperte per i tre mesi estivi, come avvisavano le scritte cubitali che campeggiavano lungo il muro di cinta della Via Domiziana (oggi viale Kennedy).

Ma i visitatori che vi si recavano più che altro per apprezzarne gl’impianti e l’immenso patrimonio di verde, non avrebbero mai potuto coprire con il costo del biglietto, le grandi spese sostenute per organizzare tali eventi e non di meno quelle per la sua ricostruzione. Gl’immensi lavori, oltre che riparare o ricostruire i padiglioni, ne avevano riportato alla funzione anche i suoi edifici pubblici a diversa destinazione.

Interno della Mostra d'Oltremare con sullo sfondo il Teatro Mediterraneo e,

sulla destra, il Palazzo delle Esposizioni (coll. M. Pirone).

Fu riaperto il Teatro Mediterraneo dopo una rivisitazione del progetto originale che ne abolì la galleria per una migliore fruizione della platea. Inoltre fu rimessa in sesto l’originale pedana mobile del palcoscenico che velocizzava i cambi di scena. Presto utilizzato per le prime edizioni del Festival della Canzone Napoletana, era preceduto da un corpo di fabbrica detto “Palazzo dell’arte” con ampio foyer e corredato da un pronao affrescato con 14 colonne. Rivide la luce la torre di cristallo i cui piani per consuetudine, durante gl’eventi, erano occupati dalle mostre aziendali degli enti pubblici della provincia di Napoli.

Foto aerea della Mostra d'Oltremare. Sulla sinistra, in basso, il teatro Mediterraneo e, in alto,

l'Arena Flegrea per la rappresentazioni di Opere Liriche (coll. G. Fiorentino).

L’Arena Flegrea, teatro all’aperto con i suoi 6 mila posti a sedere, fu presto utilizzata per una regolare e ricorrente stagione lirica di tutto rispetto a prezzi popolari. Il teatro dei piccoli offrì di nuovo i suoi spettacoli di marionette. La piscina olimpionica con annesso bar-ristorante costituì luogo di svago sia per nuotatori dilettanti che professionali. Il campione di nuoto Carlo Pedersoli (Bud Spencer) era solito allenarsi qui. I getti d’acqua della fontana delle 28 vasche prospiciente il Teatro Mediterraneo, ripresero a zampillare ricreando l’illusione ottica di prospettiva come l’aveva concepita il suo ideatore arch. Piccinato. L’Esedra, degli arch. Cocchia ed ancora Piccinato, meraviglia delle meraviglie con i suoi getti fino a 40 metri di altezza, riprese i suoi spettacoli di suoni e luci colorate con la colonna sonora di musica classica diffusa da altoparlanti celati tra i pini. Infine il cinema all’aperto proiettò di nuovo i capolavori del neo realismo, tanto apprezzati in quel periodo, offrendo ai fortunati spettatori svago e frescura. Per non parlare di altre installazioni che le facevano da corollario quali la sede dell’ISEF che dal 1952 in poi laureò i professori di educazione fisica, lo Zoo, il Cinodromo ed il Parco dei divertimenti. Questo in principio destinato a Luna Park itineranti e poi, ma questo accadrà nel successivo decennio, utilizzato per ospitare il Parco permanente “Edenlandia”, primato nazionale di parco a tema.

Il tram della linea n. 1 lungo via Diocleziano. Si noti, in alto,

la rete di protezione della funivia che collegava Fuorigrotta con Posillipo (coll. G. Fiorentino).

Ho lasciato per ultimo la geniale installazione della teleferica, fiore all’occhiello della Mostra per collegare l’area con Posillipo alto e destinata ad un palese utilizzo turistico, considerando che la Via Manzoni, terminale delle rosse cabine, all’epoca era tutta da urbanizzare. Al contrario poteva rappresentare un interesse turistico rilevante con i suoi giardini ed il suo panorama su Pozzuoli ed i Campi Flegrei. Come ho accennato gli edifici a destinazione specifica, erano affiancati da ben 20 padiglioni destinati all’utilizzo precipuo espositivo. Il tutto su una superficie di 720.000 mq incluso viali stupendi, aiuole fiorite, siepi curatissime, piantagioni arboree. Insomma la Mostra d’Oltremare, nella sua concezione peraltro non tradita dalla filosofia della ricostruzione, rappresentava molto di più di una fiera che in Italia non aveva avuto, e né mai avrebbe avuto, emuli. Purtroppo le Mostre periodiche non delineavano la strada per assicurare un’autosufficienza economica. Così nella seconda metà degli anni ’50 incominciarono i problemi finanziari. Nacque l’idea vincente: una fiera annuale dedicata all’economia domestica con i settori abbigliamento, arredamento, edilizia. In questa maniera sarebbero stati gli espositori a dover pagare per avere gli spazi, rinfrancandosi dei costi con gli affari da fare in fiera o con la pubblicità ottenuta da quella ineguagliabile vetrina. L’ente ospitante avrebbe ulteriormente conseguito gli introiti dalla vendita dei biglietti d’ingresso e degli spazi pubblicitari. Inoltre tutti gl’impianti di contorno avrebbero lavorato a pieno ritmo assicurando altri cespiti.

Era nata la “Fiera della casa”.

Alla prima edizione del 1957, ne seguirono tante altre fino ad arrivare, sia pure con un po’ di affanno da vecchiaia, alla 53esima di quest’anno. È pur vero che negli anni, tante altri eventi espositivi specializzati le si sono affiancati. Insomma, anche grazie alla trasformazione in Spa, oggi l’Ente Mostra può guardare al futuro con maggiore fiducia.

Le numerose insegne pubblicitarie ed il Pulmino panoramico

a testimonianza di una "Fiera della Casa" degli anni '50  (coll. G. Fiorentino).

Per molti anni la “ Fiera della casa” si tenne a data fissa dal 28 Giugno al 14 Luglio. Per le edizioni più recenti si preferì scegliere le date in modo da comprendervi due week-end pur nel rispetto di massima del periodo. Essa, fin dalla prima edizione, riscosse un successo di pubblico clamoroso. Ogni anno, il giorno prima della sua apertura, il giornale “Mattino” le dedicava un inserto a colori con l’elenco degli espositori. La città era tappezzata di manifesti pubblicitari. L’Atan predisponeva linee speciali straordinarie, che, quando possibile, venivano espletate da autobus di nuova immatricolazione. Ricordo un’edizione di un certo anno, forse il 1960, che proprio su una linea per la Mostra, furono messi in servizio autobus OM ancora con la targa di carta (si diceva impropriamente “di prova” ma l’aggettivo corretto è “provvisoria). Anche le linee normali venivano rinforzate con corse più frequenti. In attesa dell’evento, un esercito di lavoratori occasionali si presentava presso gli espositori, per avere un lavoro anche se limitato al periodo fieristico. Tra i tanti produttori che “ambivano” essere presenti almeno nelle prime edizioni degli anni ‘50, ricordo con nostalgia una ditta che si chiamava “Fly” recante lo slogan “Le più belle cucine del mondo”. La Fly non preferiva prenotare degli spazi nei padiglioni, come gli altri espositori. Mobilitava invece 4/5 grandi Tir per trasportare la sua enorme struttura espositiva prefabbricata che veniva costruita sul posto su un’area che, in genere, era quella prospiciente il Teatro Mediterraneo. La velocità di costruzione “ad hoc” di questa inusitata galleria, costituiva davvero uno spettacolo offrendo un motivo pubblicitario inestimabile. I visitatori, prima di entrare in fiera, non sapevano cosa avrebbero visto; però sapevano già che avrebbero visitato il padiglione Fly con le sue preziose cucine. Tutto ciò grazie a quegli espedienti pubblicitari di grande impatto. Dopo circa una decina di presenze alla Mostra, la Fly scomparve e non se ne seppe più niente; forse travolta dai suoi TIR. La Fiera aveva i suoi topos, oltre ovviamente ai padiglioni con il loro contenuto di mobili ed elettrodomestici. Lo stand della Centrale del Latte di Napoli, offriva a prezzo politico dei freschi bicchieri della bianca bevanda. Malgrado l’immaginabile caldo di Luglio, il pullman della brodo Lombardi, all’uopo attrezzato, era sempre meta di una grande folla per degustare tazze di brodo caldissimo … perché era gratis. All’epoca questa magica parolina aveva un appeal particolare. Poi c’era il rito del salsicciotto servito presso stand gastronomici che negli anni avrebbero assunto sempre maggiore dimensione. La limitatezza dello spazio, mi costringe a non aggiungerne altri se non ancora uno: il trenino. Si trattava di un singolare minibus completamente aperto ed attrezzato con sedili rivestiti di compensato (la Formica si stava facendo ancora strada) che trainava un rimorchietto dello stesso stile. Erano stati realizzati dalla carrozzeria Romanazzi di Bari. Il trenino con un modesto biglietto, offriva il giro del parco effettuato quasi a passo d’uomo. Vi posso assicurare che era un vero sfizio, ma non tanto la passeggiata, quanto osservare da bordo, la folla che percorreva i viali, aprirsi al passaggio di quel veicolo. A ciò i passeggeri assumevano un’espressione di privilegiati rispetto a quelli che si dovevano spostare per farli passare. Tutto ciò oggi appare incredibile per la sua ingenuità, ma vi posso assicurare che era così. Un segno della profonda trasformazione dei tempi. Per alcuni anni il trenino gommato ebbe un concorrente. Si trattava di un servizio gratuito per i bambini, offerto dalla distilleria Moccia, per reclamizzare il suo famoso liquore energetico “Zabov”. Era davvero un veicolo che, anche se su gomma, aveva l’aspetto di un treno con la locomotiva ed i vagoni. L’avremmo visto qualche anno dopo in molte città europee per offrire il giro di città ai turisti. Anche nella nostrana Sorrento è oggi presente un servizio simile.

Noi che aspettavamo la Fiera della Casa, era anche per un altro motivo. All’epoca la Rai trasmetteva su un solo canale che iniziava le trasmissioni intorno alle 16. Il secondo canale sarebbe arrivato il 4 novembre 1961. Il cinema veniva curato con la messa in onda di un solo film per settimana, il lunedì alle 21; e peraltro per norma, doveva essere neanche troppo recente. C’era pertanto davvero tanto desiderio represso di cinema. Però nel periodo della Fiera e per consentire la prova dei televisori esposti nei suoi reparti specializzati, la Rai in via eccezionale trasmetteva un film alle 10 del mattino. Esso veniva presentato dall’annunciatrice con la magica parola che ci inorgogliva e privilegiava: “per la sola zona di Napoli”. Questo evento straordinario ed occasionale tacitava un poco la nostra voglia della settima arte. Ho lasciato per ultimo la citazione del Centro di Produzione TV perché inaugurato nel 1962, offrendo spettacoli e lavoro a tanta gente. Però penso che vada inserito in quanto concepito negli anni ’50 anche se terminato poco dopo. Per l’occasione della sua entrata in servizio, fu anche cambiato il nome della strada nella quale era localizzato: da Via Appio Claudio in Via Guglielmo Marconi, inventore della radio. Visitai tutto l’impianto durante una visita tecnica organizzata dalla mia scuola e ne rimasi entusiasta. Mi colpirono i suoi teatri di posa, le sale trucco, gli studi per i telegiornali, la macchina per trasmettere i film. C’era persino una piccola stazione dei carabinieri e la mensa per i suoi numerosi addetti. Ma ciò che mi lasciò a bocca aperta, fu il grande Auditorium con il suo organo, vantato come il maggiore d’Italia, e le sue fantastiche poltrone blu, la cui posizione degradante, assicurava una buona visione a tutti i presenti. La sala dell’auditorium fu presto conosciuta in Italia, e direi in Europa, per una delle più belle trasmissioni mai concepite malgrado trasmessa in bianco e nero. Mi riferisco a “Senza rete” che ospitò con una formula innovativa ed a turno, i più grandi cantanti italiani ed anche qualche ospite straniero, di quella ricca e prolifica stagione musicale, mai dimenticata, e passata agli annali come “i favolosi anni ‘60”.

Ma questa è un’altra storia che magari racconteremo un’altra volta!

Foto panoramica del Piazzale Tecchio e di Via Giulio Cesare oggi.

Sulla destra, l'imponente fabbricato della Stazione ferroviaria di Campi Flegrei.

(foto di M. Pirone per gentile concessione di www.fotonapoli.it)

L'immagine del titolo è la fontana luminosa e sonora della Mostra.

(da sito istituzionale)

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