di Antonio Gamboni & Paolo Neri

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È marzo, la primavera è vicina ma il cielo è attraversato da imponenti nuvole argentee che spesso oscurano il sole creando un via vai d’ombre e di luce. La giornata non è ideale per tentare di fotografare l’orologio che, ci si dice, esiste nel convento di Sant’Eframo Vecchio; tuttavia una telefonata dovrebbe aver annunciato la nostra visita, così è meglio non rinviare.

Percorsa una stretta via ingombra d’auto in sosta, si apre infine avanti al nostro sguardo un vasto largo sul cui sfondo c’è la chiesa ed un fabbricato che rivela in modo inequivocabile un antico convento.

I nostri occhi corrono alla ricerca del desiderato cimelio e, infatti, tra gli scheletrici rami di un albero, ancora in versione invernale, emergenti da un alto muro che prospetticamente ne cela la parte inferiore, ecco un bel quadrante variopinto che spicca sul bianco della parete. Saliamo per un erto viottolo e raggiungiamo un portoncino di legno inesorabilmente chiuso; su una pulsantiera elettrica leggiamo i nomi di frà Giuseppe, frà Giulio, frà Giacinto, frate guardiano e suoniamo a quest’ultimo che ci fa attendere non poco ma alla fine il portoncino si apre.

Conosciamo frà Giacinto, un anziano frate cappuccino che ci accoglie nel convento. In una saletta d’aspetto ammiriamo un’antica incisione raffigurante la facciate del convento sulla quale si nota in bell’evidenza l’orologio. Non ci vuole molto e siamo accompagnati nel chiostro: l’orologio è di fronte, fermo ma splendido con i colori ormai per noi abituali. Purtroppo la ceramica del quadrante mostra qualche segno del passare degli anni.

L'orologio del Convento di Sant'Eframo Vecchio

visto dai giardini del Chiostro (foto M. Pirone).

In una stampa conservata presso il convento il quadrante è posizionato sull'altra facciata,

alla sinistra della finestra che è sotto l'edicola delle campane (foto M. Pirone).

Frà Giacinto non disdegna di porre il suo occhio nella macchina fotografica e, attraverso lo zoom, ammira il quadrante come mai l’aveva visto. Lusingato per quest’attenzione, propone di recarci sul terrazzo giacché non esclude che lassù ci possa essere ancora il meccanismo, e così saliamo. Attraversiamo un corridoio sul quale si affacciano numerose celle quasi tutte vuote per mancanza di vocazioni; al nostro passaggio qualche giovane frate scantona per evitare i visitatori… o forse qualche rimbrotto del superiore! Giungiamo, infine, in uno stanzino nel quale giace il vetusto meccanismo dell’orologio che, integro sebbene impolverato ed ossidato, denuncia l’antica manifattura, coetanea a giudicare dalle fattezze a quella già osservata nei rotismi conservati dal parroco di sant’Eligio. Un finestrino senza vetro lo illumina quanto basta per scattare alcune foto e con ciò la nostra spedizione sembra conclusa.

 

 

Nelle immagini in alto è mostrato il meccanismo dell'orologio. Esso fu tutto realizzato in ferro forgiato e le varie parti che lo compongono sono tenute assieme da incastri e chiodature. Il castello che sostiene i ruotismi, anche se destinato a stare in una posizione non visibile, fu lavorato con molta cura come si nota dai riccioli dei montanti in ferro battuto.

La foto a sinistra mostra il perno della lancetta che attraversa il quadrante ad uso dell'addetto alla manutenzione. Esso riporta le ore in modo speculare ed un'altra lancetta di riferimento in modo da poter mettere ad orario l'orologio anche senza vedere il quadrante principale (foto A. Gamboni)

Scendiamo al piano terra e, nel passare nella sala d’attesa, osserviamo ancora la vecchia incisione che attira la nostra attenzione. Esaminando alcuni giorni dopo le foto, qualcosa attrae il nostro occhio: il meccanismo fotografato è vicino alla finestrina ed il quadrante fa mostra di sé nella parete perpendicolare alla finestrina stessa mentre nell’incisione esso è vicino all’apertura. Questo è il particolare che aveva colpito l’attenzione, dunque il meccanismo ha “camminato” e non solo per segnare le ore ma nel senso letterale del termine. Esso, in tempo imprecisato, è stato ruotato su se stesso con l’evidente scopo di rendere il suo quadrante meglio visibile dal chiostro. L’asse dell’unica sfera, generosamente dimensionato e lungo qualche metro, collegò - ed ancora collega - la macchina nella sua mutata posizione alla lancetta ma ormai inutilmente perché nulla “cammina” più.

 

(da: A. Gamboni - P. Neri, Napoli: storie di orologi, 1995)

 

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