Testo e foto di Rosario Saccone

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I tre aggettivi vengono usati nei saggi di storia dell’architettura e nelle guide turistiche per identificare un particolare tipo di portale ad arco ribassato con inquadratura spezzata a giogo che a partire dai primi anni del XV secolo comincia ad apparire su molte facciate di palazzi nobiliari di Napoli per poi diffondersi in tutto il Regno.

    

Il portale di un palazzo anonimo in vico San Pellegrino 15 e quello del palazzo Pappacoda in via Mezzocannone 8.

Il termine “catalano”, attribuito dagli studiosi di storia dell’architettura di inizio ‘900, non si riferisce alla realizzazione di tali opere da parte di artisti provenienti dalla penisola iberica che giungeranno a Napoli solo a seguito dei sovrani aragonesi dopo la conquista del regno nel 1442; piuttosto vorrebbe render conto di un certo clima artistico, diffuso anche in altre zone del Mediterraneo, che influenza indirettamente il modo di costruire delle maestranze locali. Se questo può essere vero per altri elementi architettonici quali archi, finestre, scale, loggette, non si riesce ad individuare in Spagna né altrove alcun modello di portale ribassato che presenti le peculiarità specifiche degli esemplari napoletani. L’attributo “durazzesco” fa invece riferimento al periodo di diffusione, l’epoca nella quale regnarono a Napoli i sovrani della famiglia Angiò-Durazzo, ramo cadetto della stirpe angioina; però Carlo di Durazzo conquistò il trono già nel 1382 a danno di Giovanna I, sua cugina di secondo grado.

Il portale di Palazzo Penne, che viene identificato da alcuni studiosi come il prototipo di questa tipologia, verrà realizzato solo nel 1406, come ricordato dall’epigrafe sulla facciata che lo data al ventesimo anno del regno di Ladislao. Infine il più generico aggettivo “napoletano” pone più correttamente l’accento sul luogo di nascita di questo tipo architettonico, la capitale del Regno, in cui ancor oggi si contano il maggior numero di esemplari; nel resto d’Italia  troviamo episodi a partire dalla zona meridionale dell’Abruzzo (L’Aquila, Sulmona) e del Lazio (Gaeta, Fondi), nel Quattrocento ancora ricadenti nel regno di Napoli, fin giù  in Sicilia (Palermo, Taormina) dove si fondono con modelli più propriamente catalani importati dagli artisti giunti al seguito degli aragonesi, i quali si insediarono nell’isola quasi un secolo prima che a Napoli in conseguenza della rivolta dei Vespri.

      

Il portale di Palazzo Penne in Piazza Teodoro Monticelli e

particolare della lapide con stemma araldico posto sull'architrave.

A tutt’oggi però la genesi di questo tipo di portali è incerta: per alcuni storici dell’arte essa va riferita ad una variante del cosiddetto arco senese che a Napoli è presente nel portale laterale di Santa Chiara e nel porticato esterno della Chiesa dell’Incoronata. Secondo altri essa è addirittura legata all’esigenza pratica di agevolare l’accesso delle carrozze nei palazzi nobiliari situati negli stretti vicoli della città laddove un arco ribassato è sicuramente più adatto di un arco a sesto acuto: questa teoria spiegherebbe perché spesso i piedritti al di sotto della cornice a giogo sono smussati verso l’interno dell’arco. In ogni caso questo stile architettonico va ad inserirsi nel filone del cosiddetto Gotico Internazionale, al quale si contrappongono i modelli del Rinascimento toscano e romano che ne rigettano gli stilemi; lo stesso termine “gotico” viene coniato dal Vasari con connotazione negativa come sinonimo di nordico, barbarico ed estraneo alla tradizione italica, identificata nelle purezza e nell’equilibrio delle forme di età classica. Purtroppo tale giudizio critico influenzerà anche gli studiosi moderni che hanno visto in  questi episodi artistici il frutto di un’edilizia minore legata a forme di arretratezza culturale contrapposta alla “modernità” del Rinascimento: solo negli ultimi decenni si assiste alla riscoperta ed alla valorizzazione degli edifici che presentano caratteristiche “catalane” i quali, in particolare nei centri minori, versano generalmente in pessimo stato di conservazione ed avrebbero urgente bisogno di restauri.

       

Nell'ordine: portale di un palazzo anonimo in via Monsignor Feola 12 a Somma Vesuviana (NA),

malamente dipinto in rosa; un'altro in marmo ad Aversa (CE) preda delle erbacce e, per ultimo,

portale di un nobile palazzo in via San Giuseppe 44 a Gragnano (NA).

Spesso il portale rimane come unico elemento superstite di edifici che hanno perso ogni caratteristica del periodo di costruzione. Inoltre in quasi nessun caso si conosce chi l’abbia realizzato ma le affinità di alcune soluzioni estetiche potrebbero far attribuire ad uno stesso autore l’ideazione di più portali. A partire dal modello di palazzo Penne è dunque interessante scoprire tutta una serie di varianti nelle forme, nella decorazione, nel materiale impiegato (marmo negli esemplari di maggior pregio), alcune davvero straordinariamente fantasiose, altre dalla riuscita estetica forse discutibile; esse assumono spesso anche carattere locale a mano a mano che ci si allontana dalla capitale del Regno.

   

il portale dell’Istituto Calasanzio in Largo Donnaregina 24 e ...

... quello di palazzo Antignano (Museo Campano) a Capua (CE).

 

Uno dei portali di Sulmona (AQ), caratterizzati dall’inquadratura non tangente all’arco, e ...

... il portale della Chiesa di Santa Marta in via San Sebastiano 42 (NA).

Portale di Palazzo Gaetani recentemente rinvenuto durante i lavori di restauro del complesso di Sant'Antoniello

a Port'Alba, attuale sede della biblioteca di area umanistica dell'Ateneo Federico II.

Nella maggior parte dei casi, come si è detto, il portale “catalano” identifica edifici civili di origine nobiliare quasi a rappresentare uno status symbol dell’epoca ma non mancano esemplari notevoli nelle facciate di chiese ed edifici religiosi. In alcuni stabili infine la presenza di elementi architettonici “catalani” è perfettamente armonizzata con altri di tipo rinascimentale toscano come avviene nel Palazzo di Diomede Carafa a Napoli o in palazzo Orsini a Nola. Solo lo studio e l’ampliamento delle conoscenze di questi episodi artistici  da parte della comunità accademica e delle Sovrintendenze potranno evitare gli scempi che purtroppo in passato hanno portato alla distruzione di importanti testimonianze dell’architettura meridionale del Quattrocento.

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