di Antonio Gamboni

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C’era una volta in via Marina, nei pressi dell’antica Porta di Massa, un piccolo teatro. Apparso nel 1826, era situato tra la Pescheria ed antiche case ed era conosciuto come il teatro di “Donna Peppa”, al secolo Giuseppina Errico. Scrive Salvatore Di Giacomo: “In quel tempo la Errico aveva trentaquattr’anni. Era una piccola bruna; occhi vivi e neri, capelli lievemente crespi, grosse labbra tumide e accese; di mani pronta come di parole”. Don Salvatore Petito, suo marito e padre di Totonno, era molto innamorato di lei.

Dunque Donna Peppa” faceva parte dei Petito, storica famiglia teatrale napoletana.

Ritratto ad olio di Maria Giuseppa Errico conservato presso la sezione teatrale del Museo di San Martino in Napoli.

La via Marina con ledificio della Pescheria progettato da L. Catalani.

In questa zona vi era il primo teatrino di Donna Peppa.

In tempi successivi, la piccola sala fu spostata dalla “marina d’ ‘e limuncelle” in uno stabile nei pressi della Porta del Carmine dove i Petito avevano preso in fitto una grande bottega sotto il palazzo dei Maisto allo scopo di farne un piccolo teatro. Riferisce ancora il Di Giacomo: “Il teatrino stava nella bottega come la polpa d’una noce nel guscio; gli attori penetravano sul palcoscenico per una porta che si apriva nel palazzo dei Maisto, in fondo, accosto al casotto del portinaio, e talvolta, per mancanza di camerini, si vestivano nel cortile; avvenimento singolare per la gente del vicinato che dalle finestre, attorno, si trovava sciorinati sott’occhio come degli studii di nudo di Mattia Preti”.

Sappiamo che in questa nuova sede vi erano due rappresentazioni al giorno che,  nell’inverno, avevano inizio alle quattro della sera con la prima mentre l’altra “adattava il suo orario alla comodità di qualche numerosa famiglia o d’una mezza compagnia di soldati, dei reggimenti svizzeri o siciliani, che anticipavano o ritardavano il loro intervento secondo le cose loro”.

Il repertorio era di tipo orientale, un genere ormai non più di moda al teatro San Carlino. Erano dei copioni che Filippo Cammarano aveva scritto ispirandosi alle “Mille e una notte”, la celebre raccolta di novelle orientali.

Per assistere alle rappresentazioni i costi erano davvero molto contenuti: quattro grana per un posto di palco, due per stare in platea ed appena uno per il lubbione, cioè nel loggione o piccionaia. Alla luce di “otto lumi ad olio che combattevano con le tenebre”, un certo maestro Strumillo dirigeva un’orchestra composta da cinque musicanti che, benché “sepolti nell’oscurità”, riuscivano comunque a leggere le note sui pentagrammi. Nel corso degli anni il sipario si era così logorato che non più si vedeva il dipinto.

Anche se previste da un orario prefissato, le rappresentazioni avevano inizio solo quando “la cassetta era piena”. L’impresaria dal suo posto di comando, il botteghino che era davanti alla porta, guardava in teatro attraverso una finestrella, avvicinava alle labbra uno zufoletto e fischiava.

Per quarant’anni di seguito la tela si era alzata sempre a quel segnale e per quarant’anni gli scugnizzi del loggione, sgranando ‘o spassatiempo, hanno gridato, irrequieti: - Donna Pè, siscate!, cioè donna Peppa, date il segnale d’inizio.

Verso il 1874 donna Peppa si ammalò ed il teatrino passò in gestione ad un tal Giovanni De Simone che, trasformatosi da attore in marionettista, portò su quel palcoscenico le prime gesta di Orlando e Rinaldo. Traslocato ancora una volta, il nostro teatrino, ribattezzato “Stella Cerere”, “piantò le sue tende un po’ più giù, verso l’angolo di via Conceria, vis à vis alla napoletanissima Villa del Popolo, eretta per volere del tanto amato Sindaco di allora, Gennaro Sambiase - Duca di Sandonato”.

Il teatro al tempo di Donna Peppa in una immagine tratta da “il Roma della domenica”, e

la relativa planimetria dellarch. Giambarba.

La Villa del Popolo nel momento del suo massimo splendore, e...

... successivamente mentre si posizionano i binari per la ferrovia del Porto.

In quel piccolo largo che si nota sulla sinistra, vi erano i teatrini della sottostante immagine.

I Teatri  “Stella Cerere” dei pupi ed il “Masaniello” dove, invece,

venivano date rappresentazioni con attori, come mostra il cartellone

con su scritto Na Santarella, commedia di E. Scarpetta.

Nel 1904 un grave incendio distrusse il teatro. Sebbene ricostruito in breve tempo, di lì a poco chiuse per sempre i battenti.

Ancora oggi, per incitare qualcuno che s’indugia, si dice: “Donna Pè, siscate!”

Il materiale che correda l'articolo, quando non diversamente indicato, appartiene alla coll. A. Gamboni.

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