di Antonio Gamboni

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Ecco Linardo in campo! Il Palatino!

‘O palatino ‘e Francia cchiù putente!

Teneva nu cavallo, Vigliantino,

ca se magnava pe’ gramegna ‘a gente!

 

Quello di piazza Cavour, sui gradini nei pressi di Porta San Gennaro, fu l’ultimo teatro dei pupi di Napoli. Gli altri, quelli di piazza Castello e di via Marina, erano spariti ad uno ad uno, spazzati dallo sventramento. Avevo appena sei anni quando mio padre, cui devo molto per avermi appena in tempo fatto conoscere alcune delle cose di una Napoli che non esiste più, in una sera d’estate mi condusse al teatro dei pupi, il San Carlino in via Foria, forse così chiamato per tenere in vita il glorioso nome e la tradizione dell’omonimo ottocentesco teatro di piazza Castello.

Quando fu fondato, il teatrino di via Foria fu denominato “Ercole” ed aveva un palcoscenico capace di ospitare addirittura una carrozza con due cavalli ed aveva una capacità di capienza in sala di 200 posti, una fila di piccoli palchi ed un loggione. In origine vi si rappresentavano spettacoli lirici e balletti, poi vaudevilles e farse. Una prima trasformazione in teatro dei pupi avvenne nel 1880, impresario Antonio Scarpati, causa l’interesse del pubblico per teatri più importanti.

 

Napoli, piazza Cavour in una cartolina d'epoca. Il teatrino dei pupi si trovava sul lato destro,

quasi all'altezza del tram (coll. A. Gamboni).

In seguito ai pupi in legno si alternarono di nuovo attori in carne ed ossa i quali si esibivano in commedie e drammi. E fu proprio durante una di queste rappresentazioni che una sera del 1892 si esibì in un repertorio canoro Raffaele Viviani il cui genitore era socio dello Scarpati. Il piccolo Raffaele aveva appena quattro anni ed indossava per l’occasione un vecchio frac appartenuto ad un pupo. Poi la gestione passò ad un tal Domenico Bonando e ritornarono i pupi in legno con rappresentazioni a puntate di copioni scritti dallo stesso don Domenico.

Le storie? Quelle di Orlando e Rinaldo, Marco Spada e Tore ‘e Criscienzo. Gli incassi salirono in modo vertiginoso, il popolino amava quelle storie riconoscendosi nei vari personaggi e, con pochi soldi, sgranocchiando ciceri e semmenze (ceci e semi di zucca tostati sotto cenere calda), succhiando i franfellicchi (caramelle di zucchero tipo lecca lecca), cioè quello che veniva definito lo spasso, provava il piacere di incoraggiare le gesta di Linardo il palatino che roteava il braccio colla spata, se mena[va] ‘e capa sotto mmiezo a lloro e n’accedette mille! Una vutata! Non mancavano lanci di bucce di agrumi, bottiglie vuote di gassosa ed altro contro il traditore Gano ‘e Maganza o Magonza.

Il teatrino in una rara foto di P. Di Rienzo risalente all'inizio '900 (coll. A. Gamboni).

Lo stesso teatrino in una immagine degli anni '30 (da "Il Roma della Domenica" - coll. M. Pirone).

Il teatro San Carlino di piazza Cavour qualche anno prima della chiusura (dal film "Paisà" - 1946).

Purtroppo l’avvento del cinema, quello muto s’intende, deviò gli interessi del pubblico ed il vecchio teatrino passò nelle mani di Gennaro Ruggiero, il genero di don Domenico. Fu in questo periodo che il locale, risorto a nuova vita, prese il nome San Carlino. La tela si alzava su farse interpretate da Pulcinella e su drammi popolari molto in voga, specie al teatro San Ferdinando. Erano di questo periodo La cieca di Sorrento e I due Sergenti. Dopo una fase di inattività causata dalla Grande Guerra, nel 1918 fece ritorno al San Carlino la cosiddetta Opera dei Pupi con spettacoli che furono rappresentati fino al 1925. Da quest’anno, e fino al 1946, calcarono le tavole del piccolo palcoscenico solo compagnie filodrammatiche le quali noleggiavano la struttura. Poi, ancora una volta i pupi. E siamo così giunti alla sera della mia visita, una sera del 1949. Fu quello l’anno in cui calò definitivamente la tela sul teatrino dei pupi di piazza Cavour.

L’intero fabbricato fu demolito per far posto ad un nuovo palazzo: era cominciata l’era delle mani sulla città!

 

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