di Antonio Gamboni

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Quando Napoli era capitale, quando regnava Ferdinando II di Borbone, trascorrere una serata a teatro, specie d’inverno, era il maggior diletto cui sperare e valido argomento sul quale conversare per lungo tempo. Allora al teatro ci si andava a piedi o al più noleggiando una vettura, una delle tante che erano in servizio pubblico nella Napoli capitale. Attaccati ai lati delle porte di ingresso del teatro grandi cartelloni figurati illustravano, per mano di qualche pittore d’osteria, i momenti più salienti di quanto si andava a rappresentare. Una breve pausa dinanzi al botteghino, un pertuso che dava sulla strada ed attraverso il quale il bigliettaio in ferbone e catena d’oro dispensava i biglietti, si salivano tre gradini passando direttamente dalla strada al teatro. Un corridoio stretto ed angusto come un budello, appestato da quei pochi lumicini ad olio che ardevano fiocamente come tante lampetelle votive, conduceva ai palchetti di seconda fila: l’ultima. Da questa posizione si dominava la minuscola sala rischiarata da altri lumi non meno fiochi ed altrettanto puzzolenti come quelli del budello. Una tinta tra l’azzurro annerito ed il bianco sporco faceva da sfondo a satiri sghignazzanti che ornavano i palchetti tappezzati con mussola scarlatta e galloni ritagliati da tela gialla. Sotto il soffitto, tra nuvole grigiastre e macchie di untume, vi era un Apollo con lauri in testa ed una lira in mano che salutava la Tragedia vestita di rosso e di verde la quale, a sua volta, mostrava la Commedia in bianco ed azzurro. Tra il celeste e lo sporco del cielo, svolazzava un nastro con su scritto:

 

Castigat ridendo mores.

 

A tal proposito riferisce un cronista del tempo che “gli spettatori del secondo ed ultimo ordine di palchi dovevano star seduti: ad ogni alzarsi senza curvare il capo, si urtava o nelle reni di Apollo, o fra le gambe della Commedia, o in una nube, o sul mores”. Ed anche il sipario era dipinto: una vecchia tela opera del Paliotti, andata poi miseramente perduta. Eccola nella descrizione di Eduardo Boutet, spettatore del tempo: “sul sipario un altro Apollo, una variazione inverosimile di faccia da cristiano: un Apollo in piedi, con una mano poggiata non si è mai saputo dove, così in aria, e in atteggiamento da sindaco di villaggio che riceve il consiglio in forma pubblica; una donna col manto verde e la tunica gialla, additava una folla, e piegava un ginocchio reverente; mentre la folla la seguiva con atti di omaggio e sommessione. Prima di tutti Pulcinella col berrettone in mano e la maschera sul capo; poi Tartaglia, tricorno, cravattone bianco, giamberga e brache nere goldoniane, parrucca castagno e nastro nero con due ricciolini sulle tempie, e sul naso enormi occhiali; poi Cicereniello Sangodoce, guappo dalla tuba bianca enorme, la breve giacca azzurra dai bottoni d’oro, il panciotto ricamato a fiori, la sciarpa rossa sui fianchi, gli orecchini ai loboli, i pantaloni a scacchi rossi a campana sulla scarpa di pelle gialla, la lunga canna di zucchero tra mano; quindi il Biscegliese, parrucca col codino in su, giacca, panciotto e brache azzurre a quadrellini, il neo sul mento, una calza azzurra e l’altra gialla; poi la folla delle donne; dalla caratteristica grassa, con la veste gonfia a largo giro, lo scialle bianco a frangia, le grosse perle all’orecchino e l’enorme spillone al petto, e Colombina, da servetta, tra il costume contadinesco e popolano. La donna che si inchinava ad Apollo era Talia e la folla caratteristica la Compagnia del San Carlino; sotto il sipario si leggeva:

 

Ad Apollo, Talia con volto lieto

Le maschere presenta del Sebeto”.

Piazza Municipio al tempo del San Carlino. Il popolare teatro, che si trovava nell'edificio cerchiato in rosso,

fu abbattuto nel 1884 per la nuova sistemazione della piazza (cartolina coll. A. Gamboni).

La compagnia del teatro San Carlino in una foto d'epoca di A. Bernoud.

(Biblioteca Lucchesi - Palli, Napoli)

 

Intanto dal fondo della sala, un antro tetro e buio con varie file di scanni, sotto i palchetti di prospetto, dove s’ammassava la cosiddetta piccionaia, si levavano grida ed incitazioni per dare inizio allo spettacolo. Nel contempo per la platea echeggiava la voce di un acquafrescaio che girava tra il pubblico con il suo vassoio carico di bicchierini pieni di acqua ed anice. Ad un tratto, mentre alcuni lumi si spegnevano fumigando e spargendo un delicato odore di arrosto, i quattro suonatori dell’orchestrina intonavano un ballabile con un vigore tale da essere uditi dalla strada in modo da far sì che l’incerto passante fosse attratto dallo spettacolo. Il ritmo della musica era scandito dall’allegro pubblico con piedi e bastoni sulle tavole del pavimento.

Quella sera di gennaio la tela si levò su la “Ridicola scampagnata de li tre don limmune a lu Granatiello”; interpreti Altavilla, De Chiara, De Angelis, Di Napoli, Santelia ed Adelaide Ughini nella parte della servetta. Le deboli luci della ribalta illuminavano una scena di carta sgualcita e scolorita, una scena stanca che non ce la faceva più a reggere quella vita. Il pubblico con il mormorio seguiva i dialoghi sottolineando le battute con scoppi di risa, commenti ad alta voce, bucce di arance e di lupini lanciate dalla piccionaia unitamente ad esclamazioni rivolte agli attori.

 

Copioni teatrali di commedie rappresentate al teatro San Carlino (coll. A. Gamboni).

Ricostruzione del palcoscenico del San Carlino curata da R. Bracco e S. di Giacomo

per la sezione teatrale del Museo di San Martino - Napoli.

(cartolina coll. A. Gamboni)

E dietro il sipario? Nel vico Travaccari, sbocco degli ingressi di servizio, venivano “accatastati mobili tarlati e praticabili sconquassati, vasi da fiore ed orologi da caminetto di cartone dipinti in giallo” e quant’altro di utile per le rappresentazioni. Dietro le scene, sul fondo, v’erano i camerini: cinque in tutto, campati in aria come alveari ed illuminati da una finestrella che dava sulla via. In questo breve spazio vi erano “visioni di gambe all’aria infilando pantaloni, fuori dall’uscio, o femminili lunghe calze scolorate. Quando nell’aria afosa e soffocante le porticine non erano spalancate, e sulla sedia si sdraiava un attore in mutande, con una faccia truccata in caricatura tutta a bitorzoli di nerofumo e strisce di sughero bruciato, o, in camicia, una donna dinanzi allo specchio con una zampetta di lepre spelacchiata, spolverava il rossetto sulle goti dimagrite.” Durante l’intervallo, s’udiva per vico Travaccari la voce del pizzaiolo che portava a spasso, sulla testa, un voluminoso recipiente di stagno contenente spicchi di pizza carichi di pomodoro, aglio e pepe. Ma don Antonio Petito preferiva le paste cresciute ripiene con un pezzetto di carciofo, un torsolino di cavolo o uno spezzone di alice ed insaporite da un pizzico di sale versato dal caratteristico corno di bue poggiato in un cantuccio del vassoio tra gli spiccioli di rame. Ancora per molti anni, ogni sera, come per incanto, i tenui lumi della ribalta e delle quinte continuarono a trasfigurare quelle facce sparute e gialle in volti sorridenti e lieti. Ma un bel giorno di marzo del 1884 fu deciso che quelle case, e con esse il teatro San Carlino, non potevano più essere lasciate in piedi. E fu la fine.

Foto che ritrae il San Carlino poco prima di essere abbattuto.

(coll. R. De Falco)

Ricostruzione del prospetto del San Carlino eseguita da V. Amorosi (coll. A. Gamboni).

Riproduzione acquerellata di un disegno del San Carlino eseguito da Eduardo Scarpetta

durante l'abbattimento del fabbricato. Scarpetta fu l'ultimo proprietario del teatro (coll. A. Gamboni).

tratto da: A. Gamboni, Calendario napoletano, Napoli 2009

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