di Antonio Gamboni

chiudi la pagina

In settembre una volta, dal 7 al 12, si festeggiava alla grande la Piedigrotta e la canzone napoletana era al centro della manifestazione. Con ricorrenza annuale, sin dalla seconda metà dell’ ‘800, la ricca vena canora sgorgava per opera di poeti e musicisti che vi si dedicavano con tanta passione. Con la sintetica indicazione “Piedigrotta 18 . . .” veniva indicata l’intera produzione scritta nell’intervallo di due manifestazioni successive e la cui edizione avveniva in occasione della Piedigrotta. In questa occasione le canzoni scritte nei mesi precedenti venivano sottoposte al severo giudizio del pubblico attraverso presentazioni artistiche di grande impegno e che erano note come “audizioni”. Ogni casa editrice si faceva carico di allestire l’annuale manifestazione canora al fine di far conoscere a Napoli, all’Italia tutta ed all’intero mondo la propria produzione. Al successo concorrevano poi la radio, i dischi grammofonici ed il teatro di Varietà.

 

La Chiesa di Piedigrotta in una foto di fine '800. Sul fondo, la grotta per Pozzuoli.

Per impreziosire gli spartiti musicali, sul finire dell’ 800 molti editori avevano sperimentato la tecnica della litografia con cui si erano avuti risultati eccellenti specie per immagini a colori. Così, unitamente ad un contenuto artistico di parole e musica, essi cercavano di offrire fascicoli con copertine sempre più belle i cui disegni erano spesso opera di valenti pittori. In Italia lo stabilimento all’avanguardia per le edizioni musicali era la Ricordi di Milano alla quale ben presto si affiancarono altri editori.

A Napoli, le più belle copertine erano quelle dell’editore Bideri, copertine stampate con la tecnica della quadricromia da personale napoletano e con macchine fatte venire dalla Germania in una attrezzatissima tipografia in via Costantinopoli 19. Qualche tempo dopo l’azienda si trasferì in via S. Pietro a Maiella, quasi di fronte al Conservatorio, dove si affollavano poeti e musicisti come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, Libero Bovio ed Ernesto Murolo, E. A. Mario e Giovanni Capurro, Eduardo Nicolardi e Pasquale Cinquegrana, Rocco Galdieri e Vincenzo Russo, Giambattista De Curtis ed Ernesto Tagliaferri, Francesco Buongiovanni ed Enrico Cannio.

Copiella di un'antica canzone di Piedigrotta.

           

Copertine di raccolte di canzoni per Piedigrotta degli anni: 1906, 1909 e 1925.

Ogni anno, all’approssimarsi della Piedigrotta, le macchine della Bideri stampavano migliaia di spartiti dalle policrome copertine opera dell’ acquerellista amalfitano Pietro Scoppetta, che viveva in casa Bideri in qualità di insegnante di pittura del figlio di don Ferdinando.

Alle edizioni Bideri, belle e ben stampate, presto si aggiunse una miriade di copielle, cioè quei foglietti con il solo rigo del canto ed il testo poetico ad uso dei mandolinisti e di chi non conosceva la musica. In seguito il rigo musicale scomparve e le copielle contenenti il solo testo erano distribuite dai suonatori di pianino.

Ma Bideri non era il solo. Nel 1883 un tal Peppino Santojanni diede vita alla omonima casa musicale avvalendosi dell’opera di Vincenzo Migliaro, il noto pittore napoletano, il quale eseguì per l’editore molte copertine in sanguigna per le canzoni della Piedigrotta. L’amico Vicienzo, come spesso lo chiamava il Di Giacomo, dipingeva con il pennello ciò che il poeta descriveva con la penna.. Qualche anno dopo Beniamino Carelli, docente del Conservatorio di San Pietro a Maiella, fondò la Società Musicale Napoletana e, nel 1889, fu la volta di Enrico Gennarelli titolare della Gennarelli. Tra le più note case editrici ricordiamo La Canzonetta, fondata nel 1901 da Francesco Feola e da Giuseppe Campolongo, il primo poeta e l’altro musicista.

Il successo ottenuto dalle canzoni napoletane attirò nel capoluogo campano  un industriale di Lipsia, un certo Massimo Weber, il quale nel 1911 aprì a Napoli una filiale della Poliphon musikwerke, che aveva il merito di pagare bene gli autori, contrariamente a quanto, si dice, facesse il Bideri.

 

 

 

 

 

 

 

Carro allegorico realizzato per la Piedigrotta del 1936.

I personaggi vestiti di bianco sono i famosi "tubisti di Materdei", così denominati per il grosso cilindro in cartone che calzavano.

Materdei è un rione di Napoli (foto in alto).

Copertina della "Piedigrotta E. A. Mario" del 1936 (foto a lato).

       

Copertine di raccolte di canzoni per Piedigrotta degli anni: 1941, 1945 e 1957.

In piena prima guerra mondiale, nel 1916, il napoletano E. A. Mario, a seguito del successo ottenuto con la famosa La leggenda del Piave, esordì dando il proprio nome ad una casa editrice fondata qualche anno addietro. Anche Rocco Galdieri ebbe nel 1920 la sua casa editrice che denominò Amena e, nel 1923, l’italo-americano Antonio De Martino diede i natali alla Santa Lucia.

Come si vede, ogni compositore cercava di mettersi in proprio, cosa che nel 1933 fecero anche Libero Bovio, Gaetano Lama, Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente quando fondarono La Bottega dei quattro.

Poi venne la guerra e vi fu un altro 7 settembre (il primo fu quando Garibaldi entrò in Napoli), il giorno del “miracolo”: era stato firmato l’armistizio!

Ma dal 1952 non fu più festa, era nato il Festival della Canzone Napoletana che decretò la fine delle canzoni di Piedigrotta.

qualche anno addietro si è tentato un ritorno, ma non era più la Piedigrotta di una volta.

 

Gl’istromenti di Piedigrotta meritano ben d’essere ricordati anch’essi.

 

Il Putipù – E’ una pignatta coverta da una pelle di tamburo alla quale è attaccata una canna. Si lascia scorrer la destra, chiusa e bagnata,pungola canna e s’ottiene un romore abbastanza singolare.

 

Il Triccabballacche – Così è descritto nel conosciuto dizionario napoletano di Raffaele d’Ambra: “Strumento di legno il qual si compone di tre bastoncini cilindrici, uguali, non di rado torniti, il mediano immobile da basso, i collaterali, articolati nell’estremità inferiore, di costa al pié di quello sicché possono avvicinarsene e discostarsene a grado di chi li adopera. In cima di ciascun bastoncino sta fermo trasversalmente un martello ancor di legno, a due bocche il mezzano ed una i laterali. Ma questi tre martelli son così tra lor disposti che le bocche rispondono l’una contro l’altra, di guisa che si picchiano a vicenda. Or dal rapido e misurato battere e ribattere dei martelli laterali in quel di mezzo vien fuora suono piuttosto grato”.

 

Lo Scetavaiasse – Una canna spaccata che fa da cassa di violino. Un pezzo di legno a sega, che fa da archetto.

 

La Tofa – conchiglia nella quale si soffia forte.

 

Agli istromenti piedigrotteschi bisogna aggiungere la Trommettella di latta, una specie di cornetta che suona indiavolatamente, e i tammurre, che sono i soliti tamburelli all’uso spagnolo.

 

(da Salvatore Di Giacomo, Luci ed Ombre napoletane – Piedigrotta)

 

 

Per i più piccini la festa di Piedigrotta riservava un apposito “Concorso dei vestiti di carta” la cui premiazione avveniva nella Villa Comunale. La carta crespata adoperata per fare i vesitini era un materiale povero che, venduta in rotoli e di molti colori, veniva abilmente tagliata, cucita senza farla strappare e ben lavorata. Nella serata del 7 settembre s’incontravano damine del settecento, piccoli carabinieri, zingare, olandesine, Pulcinella, Pierrot, Arlecchino e tante altre maschere. Per i maschietti, il più gettonato era il costume di Zorro, per le femminucce, damine e gentildonne. Non mancavano costumi originali dovuti all’estro dei genitori i quali si sbizzarrivano alla ricerca di appariscenti personaggi storici. Tutto sommato, quella dei vestitini di carta poteva essere considerata, sotto molti punti di vista, una sagra storica del costume. L’immagine in alto mostra alcuni vestitini di carta realizzati in occasione di una Mostra sulla Piedigrotta tenutasi a Napoli, nel settembre 2006 (foto A. Gamboni).

 

 

Tra le svariate forme di festeggiamento della Piedigrotta vi era la sfilata dei Carri allegorici, speciali figurazioni scenografiche, festosamente animate e rievocative del paesaggio, della storia e del costume napoletano. Queste realizzazioni sfilavano per le vie della città secondo itinerari prestabiliti per essere sottoposti al giudizio del pubblico ed a quello di un’apposita Giuria che decretava l’assegnazione dei vari premi. I bozzetti dei Carri, preparati dai vari Rioni iscrittisi alla manifestazione, venivano esaminati per l’approvazione dal Comitato Tecnico per le Feste di Napoli e, se tutto andava bene, si aveva anche una sovvenzione. Ecco, allora, sorgere tanti cantieri con squadre di falegnami, pittori, decoratori, meccanici, elettricisti, sarti e sarte che lavoravano alacremente al proprio Carro ed in tutta segretezza. Tutto doveva essere pronto per la fatidica notte di Piedigrotta. Man mano che il lavoro andava avanti, l’attesa diventava con il passare del tempo sempre più frenetica e si diffondeva tra i costruttori l’idea di aver fatto meglio degli altri. L’immagine proposta fu da me scattata nel lontano 1966, l’ultimo anno che, anche se in modo statico, furono realizzati i Carri. Non più in giro per le vie della città, queste realizzazioni in cartapesta furono esposte nel viale centrale della Villa Comunale (foto A. Gamboni).

 

 

 

È noto che Piedigrotta era una festa tipicamente notturna che veniva vissuta in alcune dolci serate del principio di settembre. L’illuminazione serale costituiva un particolare motivo di attrazione esercitato specie da quei grandi pannelli formati da tante piccole luci colorate, conosciuti dai napoletani con il nome di Porte, forse perché posti all’inizio dei viali allestiti con arcate. Ricordo che non si trattava solo di semplici luci colorate. Sfruttando il principio del cinematografo, i valenti artigiani riproducevano sulle Porte gustose scenette animate, proprio come avviene oggi per le gif-animate in internet, con la sola differenza della tecnologia impiegata. Le più belle illuminazioni erano quelle della Villa Comunale cui era destinata anche la Porta più grande, in piazza Vittoria. Nella Piedigrotta del 1960, per celebrare l’ingresso di Garibaldi in Napoli, fu realizzata una bellissima scena con l’eroe in carrozzella mentre attraversa un’affollata via cittadina. Quella che si vede in figura è l’illuminazione realizzata nel 2007 nel tentativo di riproporre la Festa di Piedigrotta (foto A. Bertagnin).

 

Meno ricche delle precedenti ma egualmente appariscenti le arcate luminose del 2008 (foto a sinistra), mentre di tutt'altro stile quelle del 2012 (immagine di destra) - (foto A. Bertagnin).

Molto belle, di tipo moresco, le illuminazioni a LED del 2013 (foto A. Bertagnin).

 

 

Il posto d’onore delle varie manifestazioni piedigrottesche spettava ai fuochi pirotecnici previsti a conclusione dei festeggiamenti, cosa che avviene in tutte le feste popolari, specie quelle religiose.

In Italia, ed in modo particolare a Napoli, vi erano (e vi sono tuttora) dei maestri artificieri, volgarmente chiamati fuochisti, la cui bravura “esplode” al momento del’esibizione. Per antica tradizione, i fuochisti di Piedigrotta attestavano le loro postazioni su grandi pontoni ancorati al largo. Nella sera della gara, lungo tutto il percorso da cui si poteva scorgere il mare, vi era una folla stipata e compatta in attesa dello spettacolo che, di norma, iniziava alle dieci di sera. Le prime a levarsi nel cielo erano le granate che, esplodendo, si dissolvevano in una gigantesca corolla di luci e di colori smaglianti che spiccavano sul nero del cielo e si riflettevano nello specchio d’acqua. Poi, come fontane zampillanti, altre esplosioni si susseguivano a ritmo incessante e formavano fiori di fuoco con i petali che si piegavano verso il basso. Sopra il titolo, in una foto da me scattata nel 1966, granate in rapida successione esplodono nel cielo, mentre il mare riflette la cascata di fuoco prodotta dall’esplosione (foto A. Gamboni).

 

 

Il materiale a corredo dell'articolo appartiene alla collezione A. Gamboni.

chiudi la pagina