di Mario Pirone

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“o Guarracino", di autore ignoto, è il primo vero brano di tarantella ed è datato fine 1700. Il testo narra le vicende del pesce comano che, vestitosi a festa, girovaga nel mare in cerca di una sposa, suscitando negli altri pesci gelosie, dispute ed invidie. La musica è semplice, quasi tutta ritmo, con una breve e lieve melodia fatta per essere ripetuta innumerevoli volte, fino allo sfinimento, come evidenzia l'ultima ottava: "ma de canta so già stracquato, e me manca mò lo sciato, ...".

La tarantella raffigura nel suo ballo i tre momenti dell'amore, inizialmente l'uomo corteggia la donna per conquistarla, poi i due giacciono insieme, ed infine, nella terza fase, è la donna che corteggia l'uomo per paura di perderlo.

Il nome sembra derivare dai tarantolati. Tarantolato veniva definito chi era stato morso dal ragno tarantola. Questo ragno inoculava un terribile veleno alla sua vittima, che cadeva in preda a convulsioni. I soggetti colpiti dal veleno, per liberarsene attraverso un abbondante sudorazione, erano inclini ad effettuare una sorta di danza frenetica come appunto è la tarantella. Questo ballo si impose su tutte le altre danze popolari, col suo tempo indiavolato in 6/8, con le sue sensuali figurazioni di corteggiamento e di conquista, in parte prese a prestito da due balli tradizionali partenopei, la "sfessania" o "lucia" e la "'ntrezzata" o "imperticata".

Due splendide cartoline firmate da A. Della Valle.

La tarantella, cui ben si prestava l'accompagnamento ritmico del tamburello e degli altri tipici strumenti partenopei, la "caccavella", il "triccabballacche" e lo "scetavajasse", nell'ottocento era ormai la danza napoletana per antonomasia. Bastava un gruppo di ballerini di tarantella per attirare la folla ed i forestieri, che ne restavano immancabilmente affascinati ed ipnotizzati, tanto da descriverla nei loro diari, nelle loro lettere, nei loro schizzi e nei loro dipinti.

Una tarantella, incluse il francese Auber, nella sua opera: "La muta di Portici", ambientata a Napoli ai tempi di Masaniello. L'opera ebbe grande successo a Parigi nel 1828 ed a Londra nel 1829. E tarantelle scrissero Weber, Mendelsohn, Chopin , Liszt. Rossini ne compose una celeberrima, nell'ambito delle "Soirées musicales" intitolata "La danza", nota anche come "Già la luna è in mezzo al mare" dal primo verso del testo in lingua del bolognese conte Carlo Pepoli, amico del compositore. Altre tarantelle famose furono scritte nel 1845 da De Lauzieres e Florimo e, nel 1852, da D'Arienzo e Ricci per l'opera buffa "La festa di Piedigrotta". Questo sfrenatissimo e coreografico ballo che ha incantato intere generazioni, si è imposto con altrettanto successo nelle più disparate raffigurazioni presenti su supporti di ogni genere, con fattura di pregiatissimo rilievo sia sotto il profilo artistico che venale. Difatti, troviamo scene di tarantella su finissimi cristalli, ceramiche, intarsi lignei, broccati. In tutti i musei partenopei, tra gli oggetti appartenuti ai regnanti delle diverse epoche, Francesi, Spagnoli, Borbone, Savoia, non vi è sala in cui manchi qualche scena di tarantella dipinta su qualche supporto rigido. Tazzine, piattini, lumi, cornici di prestigiose tavole da pranzo reali, da scrivanie, scrittoi. Anche il cartaceo ha avuto il suo momento, pubblicando numerosissimi soggetti di tarantella su cartoline illustrate, foglietti di carta da lettere, copertine di libri, quotidiani e su periodici. La Tarantella, con la sua musica, il suo ballo, le sue raffigurazioni grafiche e fotografiche, ancora oggi è fortemente presente e accettata da ogni generazione. Se dopo tanti anni questa straordinaria realtà di costume e di tradizione non ha subito alcun accenno ad attenuarsi, ci sono tutti i presupposti affinché resti perenne ed immortale a beneficio dei posteri.

   

Cartolina ricordo con costumi sorrentini.

Coppia di danzatori della Tarantella.

Penisola sorrentina: musici e danzatori di Tarantella di inizio '900.

 

Gruppo folkloristico in una cartolina fotografica.

Articolo tratto da: M. Pirone, Napoli, la Sirena è di scena, 1999

Le cartoline ed il tamburello di questo articolo appartengono alla collezione di A. Gamboni

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