di Antonio Gamboni

chiudi la pagina

Nella terra delle Sirene, presso il Museo Correale di Sorrento, è conservato uno dei pochi esemplari pervenutici di un gioco che, nato probabilmente nel XVI secolo, ebbe grande successo nell’alta società del ‘700: il “biribisso”, un incrocio tra il gioco della tombola e la roulette.

Importato quasi certamente dalla Spagna, era questo un gioco d’azzardo che, denominato nel suo paese d’origine “Biribiss”, nella nostra penisola tutti chiamavano Biribissi o Biribisso. Purtroppo non si conosce da dove venisse questo strano nome e dove fosse stato ideato, né ci sono state tramandate le regole precise del gioco.

Sembra che in Italia il “biribisso” abbia iniziato la sua storia a Genova, dove ebbe un gran successo; poi comparve a Milano intorno alla fine del secolo XVII ed a Venezia, dove si giocava durante le feste nelle ricche dimore sul Canal Grande. E a Napoli? Ovviamente la città partenopea, dove l’azzardo era di casa già dai tempi dei romani, non poteva restare indifferente “al richiamo ammaliante delle figurine della infernale tavola”.

Ma come era fatto e come si giocava al “biribisso”?

Intanto, dalle cronache giunte fino a noi sappiamo che il “biribisso” era un gioco d’azzardo che si svolgeva, nelle prime edizioni, su una tavola composta di 36 figure. Ognuna di queste, contrassegnata da un numero, riproduceva personaggi, animali, piante, fiori e persino stemmi araldici di altissimo lignaggio.

 

Antichi fogli stampati su carta per giocare al "biribisso".

Come si giocava è scritto nel “Vocabolario degli accademici della Crusca” del 1866. In esso si legge:

“Giuoco di sorte, il quale si fa tra un banchiere e quanti giocatori si vogliono. A far questo giuoco si sogliono adoperar certe pallottoline forate per lo lungo, in ciascuna delle quali s’introduce un numero dall’uno in su progressivamente. Tali numeri sono più o meno, secondo le diverse usanze de’ diversi paesi, e corrispondono ad altrettanti segnati sopra un tavoliere in separate caselle, dipinte a figure umane e animalesche. Vincitore è quegli che, avendo messo una moneta sopra un numero, ha la fortuna che il numero medesimo sia cavato dalla borsa o dall’urna, ove si pongono e si agitano le pallottoline suddette.

La vincita è regolata in questa proporzione, che se, per esempio, i numeri sono 36, come si usa da noi, il banchiere paga al vincitore 32 delle monete da esso giocate. Una tal regola per altro non è costante, variandosi ancor essa a piacimento”.

Poi le figure passarono a 70, come mostra l’esemplare conservato nel Museo Correale di Sorrento , tra le quali degne di nota sono la casella del n. 33 che raffigura “il Pulcinella” e quella del n. 36 con “la Pulcinella”. Nel gioco con 70 caselle, sei erano “a pro sicuro del banchiere” e le puntate vincenti venivano pagate 64 volte la posta. Osservando con attenzione la tavola del “biribisso” sorrentino, forse si potevano fare anche scommesse sui “pari” e “dispari” e sulle decine.

Particolare della tavola per il gioco del "biribisso" esposta al Museo Correale di Sorrento.

Si notino il Pulcinella al n. 33 e la Pulcinella al n. 36 (foto di M. Pirone).

I giocatori che sedevano al tavolo del “biribisso” si potevano dividere in due distinte categorie: la prima comprendente i veri ricchi, cioè coloro che appartenevano “per nascita” a famiglie facoltose; la seconda, invece, quella dei finti ricchi, cioè personaggi falliti nelle finanze ma che ostentavano false ricchezze, forse mai avute. Come avviene per il gioco della tombola, anche nel “biribisso” vi era un banditore, ruolo che in genere era svolto dal padrone di casa, un ricco blasonato che organizzava feste al solo scopo di invitare “i graditi ospiti”. Ad un certo punto della serata, dopo aver danzato e bevuto, si tirava fuori la tavola del “biribisso” e si cominciava a giocare.

Dopo che ciascun giocatore partecipante aveva posto sulla casellina scelta il danaro corrispondente alla puntata, il banditore o banchiere dichiarava, a voce alta, chiuse le scommesse ed iniziava ad estrarre da un sacchetto di stoffa una alla volta delle palline di cartapesta contrassegnate da un numero. Poi lo mostrava a tutti e lo leggeva ad alta voce. Depositata la pallina in una ciotola di vetro, si procedeva ad altra estrazione. È chiaro che colui che conduceva il gioco investendo poco incassava molto.

Ma com’erano fatte le “palline”?

Alcune erano delle semplici sferette di cartapesta sulle quali era scritto solo il numero, su altre, invece,  c’era anche l’immagine della corrispondente casella. In alcuni esemplari di “biribisso” le palline erano sostituite da una specie di anelli di tartaruga, detti “bottoni”, dentro i quali si inseriva un rotolino con l’immagine della tavola e il corrispettivo numero. Alla luce di queste considerazioni, sembra proprio che  le sorti del gioco erano affidate alla “percezione tattile dei polpastrelli del banditore”.

Allora, è lecito ipotizzare che il padrone di casa poteva mettersi d’accordo con uno degli invitati, di quella o quell’altra serata danzante, per invitare i giocatori a particolari puntate per poi tirar fuori all’occorrenza il numero giusto? Credo proprio di sì. Infatti nacque il mestiere di banditore di “biribisso”, un professionista che, pagato dall’anfitrione di turno, “allietava” commensali ed invitati. A seguito accordi preliminari, al momento giusto venivano fuori dal magico sacchetto le pallottoline con una sorprendente puntualità, proprio dopo che il “pollo” di turno aveva fatto la sua scommessa.

Ma tutto questo non ricorda la commedia di Eduardo “Quei figuri di tanti anni fa”?.

 

La tavola del Biribisso custodita a Sorrento

La tavola del "biribisso" con tutte le 70 caselle (foto di M. Pirone).

“La tavola da gioco del Biribisso conservata al Museo Correale di Terranova è stata dipinta, presumibilmente intorno alla metà del XVIII secolo, da Francesco Celebrano, pittore e scultore nato a Napoli nel 1729, più volte al servizio della corte borbonica.

Il piano da gioco è diviso in 70 caselle, incorniciate da raffinati ramages dorati. Le caselle  numerate, raffigurano nature morte, animali, deliziose figure ispirate alla pittura di Antoine Watteau, maschere della Commedia dell’Arte, stemmi ed insegne di alcuni casati principeschi. Tutt’intorno, in contrasto con il fondo scuro, un’elegante decorazione raffigurante rami di corallo e tralci di fiori, che rispecchiano il tipico gusto rocaille dell’epoca. Un dipinto dalle altissime qualità pittoriche, caratterizzato dalla costante ricerca del particolare, giunto in casa Correale per la passione collezionistica degli antenati di Alfredo e Pompeo Correale, Fondatori del Museo”.

(testo dal catalogo del Museo Correale di Sorrento)

chiudi la pagina