di Mario Pirone

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Lotto, “pazzo chi joca o pazzo chi non joca”. Di fronte a questo assioma c'è, o forse ci sarebbe, poco da dire; sono due verità inconfutabili dalle quali non si sfugge. Certo in una città come Napoli dove la vita si inventa giorno dopo giorno, dove i sogni la fanno da padrone, dove la fantasia del quotidiano galoppa su un bianco cavallo per interminabili prati, dove la tradizione è radicata come l'edera, non poteva non attecchire il gioco del Lotto.

La ritualità che accompagna le “fatidiche” estrazioni dei cinque numeri l'incantesimo della mano innocente del fanciullo bendato che li estrae dall'urna, le tradizioni, le credenze, le abitudini, le superstizioni, le divinazioni ad esso legate, sono inscindibili dal fascino che emana. Se venisse a mancare tutto ciò, ci troveremo di fronte ad una sterile estrazione di una qualsiasi lotteria, come accade altrove. Noi napoletani, diversamente da altri popoli, ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, riponiamo nel gioco del lotto le più segrete fantasticherie del nostro animo.

Un antico motto diceva così: “ 'A speranza è 'o pane d' 'e puvurielle” Chiara la metafora?

Dal 1576 già praticato nella repubblica di Genova, il gioco del lotto approdò a Napoli dopo un secolo circa.

Citiamo da: Franco Strazzullo - “I giochi d'azzardo e il lotto a Napoli” Liguori editore:

A Napoli, dove pullulano le bonafficiate, fu breve il passo dalle lotterie private alla lotteria di stato, cioè al lotto. Avvenne nel 1672 e ad introdurlo fu determinante un grave fattore politico. La Spagna aveva bisogno di 350.000 ducati. Il viceré, Marchese di Astorga, per non gravare di balzelli il popolo, andava escogitando "qualche espediente per scorticare e non guastare la pelle nel ritrovarli". Ci fu, allora "un erudito ingegno forastiero che propose d'introdurre la beneficiata all'uso di Venezia e di Genua, affinché con il lecco di vincere alcuna cosa per le cartelle che si mettono da' particolari, si venghi a fare il guadagno poi di alcun milione".

L'idea convinceva e non convinceva: "questo va sussurrato con qualche secretezza, però si attende a quello che riuscirà".

A nulla son valse le innumerevoli traversie di carattere politico, economico, religioso che nei secoli hanno cercato disperatamente di minare le sorti del gioco a Napoli. Farne la cronaca potrebbe risultare noioso e monotono considerando che tutte le trasformazioni e qualche volta addirittura la repressione, sono state, come appena detto, la risultanza del sistema regnante, degli interessi economici e del potere politico. Non per questo, però, sorvoleremo dal pubblicare una serie di straordinarie testimonianze del gioco del lotto a Napoli.

È d'obbligo una precisazione, per rendere più comprensibile quanto di seguito pubblichiamo. Poiché, in quel tempo, come abbiamo poc'anzi accennato, intorno al gioco vi erano numerose diatribe, infiniti decreti ed inenarrabili interessi, fu stabilito di abbinare ad ogni numero una persona. Questo serviva a giustificare ed a rendere “lecito” il gioco, poiché la persona abbinata, chiaramente un povero, beneficiava di un premio laddove fosse stato estratto il numero a cui era stato abbinato. Ecco perché, tra l'altro, sovente si adoperava il termine “beneficiate”.

Questa usanza datata 14 agosto 1520 risale alla più antica “bonaficiata” napoletana, e precisamente alla concessione rilasciata a: Giovan Battista Cavallo “per subventione et subsidio del maritaggio di Beatrice Bayola de Andreana sua nipote”.   Va ricordato che nel XVII secolo l'estrazione avveniva due o tre volte l'anno. Solo dal 1737 furono aumentate il numero di estrazioni e divennero 9; poco dopo il 1797 salirono a 18. Va inoltre notato che curiosamente in quell'anno furono abolite le estrazioni tra il 20 gennaio ed il 27 giugno, fatta salva solo quella dell'8 giugno in cui furono estratti i numeri: 23 - 3 - 40 - 8 - 74. Con il 1806 la lotteria venne tirata con regolarità 2 volte al mese e dal 1817 ogni sabato.

Biglietto giocato il giorno 11 luglio 1863. siamo agli albori del regno d'Italia ed i biglietti del  Lotto sono ancora del tipo borbonico. Un'attenta lettura del documento ci fornisce le seguenti informazioni: il n. 31, che si legge sotto la data 11 lug 1863, si riferisce alla validità della giocata e cioè alla 31-esima estrazione dell'anno. Il premio da pagarsi, in caso di vincita, sarà per l'ambo 1 e 3/5 volte la posta mentre per il terno 22 e 1/2. Infine sappiamo che i numeri giocati furono: 2 - 50 - 84 a ciascuno dei quali era abbinato un nominativo di persona bisognevole (coll. M. Pirone).

Biglietto risalente al novembre del 1769. Il documento è uno dei più antichi oggi conosciuti (coll. M. Pirone).

Una Ricevitoria dei Reali Lotti in una stampa del 1835.

 

Biglietti risalenti agli anni '20 del secolo passato. In alto sono riportati i bolli stampigliati sul retro degli stessi ed indicano la cifra della massima giocata (coll. M. Pirone).

Infine, è dei nostri giorni 1998, la cadenza bisettimanale del mercoledì e del sabato.

Ognuno ha quel che si merita! E Napoli, tra la fine dell” 800 e l'inizio del '900, ha avuto Luigi Callegari, in arte “Cagli-Cagli” professione: “assistito per combinazione”. Prima che si estraesse un numero egli il più delle volte lo prediceva: - 18 -, e 18 usciva; - 24 -, e 24 veniva fuori; - 37 -, e 37 annunciava il funzionario addetto all'estrazione. Figurarsi ciò che accadeva! In men che non si dica, “Cagli-Cagli” divenne l'idolo dei giocatori. “Assistito da spiriti benefici” che gli suggerivano i numeri “certi”, lo si spiava, lo si seguiva, lo si controllava. Muoveva una mano? 5! Rideva? 19! Saliva su un tram? 18! Guardava l'ora? Che ora è? Le 10? E questo era il numero da giocare! Insomma non era più considerato un uomo, ma un numero, anzi tutti i novanta numeri contenuti nella fatidica urna. Tutti sappiamo che oggi l'estrazione dei numeri avviene negli uffici dell'Intendenza di Finanza in presenza dei suoi funzionar! in ciascuna città facente parte le cosiddette “ruote”, e cioè: Bari, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia, ma anticamente? A Napoli, l'estrazione avveniva dapprima in Rua Catalana, poi al Vico Mezzocannone, intorno al 1650 fu trasferita presso la Regia Camera della Sommaria, e via via altre sedi, prima di giungere al palazzo del lotto sito in Via Grande Archivio, dove ha sede attualmente.

 

Serie di biglietti di epoca moderna. Il diverso colore, elemento distintivo della validità massima della giocata, trae origine da antichi biglietti così realizzati al fine di essere riconosciuti anche dagli analfabeti (coll. A. Gamboni).

 

 Il monaco cabalista (coll. A. Gamboni).

... andò per il 6, trovò il 29

Personaggio - ieratico - fu 'O monaco 'e San Marco. Che fosse veramente monaco, lo sa soltanto Iddio, o meglio il Diavolo, trattandosi di una figura che di monacale aveva solo l'abito... Quando si dice che l'abito non fa il monaco, in questo caso, l'abito lo faceva ... e come! Lavorava nel quartiere dei Cristallini, dove godeva fama di buon vaticinatore. I numeri, nota bene, li dava solo alle donne ritenendo, le donne essere le solo meritevoli dell'assistenza divina. E di donne sotto la sua finestra ve ne erano sempre una infinità, provenienti anche da altri rioni, tutte chiedevano di essere ricevute per avere da lui i numeri - certi -. Ma lui, i numeri non li pronunciava mai! Non si comprometteva. Operava nello stesso modo del tanto famoso e tanto diverso "Cagli-Cagli", e cioè per gesti, lasciando alle sue - protette - la fatidica divinazione cabalistica. Ma ... quali erano i suoi gesti? Quelli spontanei ed ingenui del buon Cagli-Cagli, che si esprimevano con mosse aggraziate e spettacolari o con strane parole? No di certo! 'O monaco 'e San Marco, si muoveva in tutto altro modo e con tutt'altro scopo. Toccava le donne senza troppi riguardi, e costoro dovevano dedurre, i numeri,in base alle zone del corpo in cui venivano toccate. Per cui le "predilette" che riuscivano ad ottenere la "grazia" o la "fortuna" di essere ricevute, dovevano stare ben attente, non tanto a se stesse, (poiché ogni mossa del monaco era ritenuta santificata) bensì alle parti del loro corpo in cui il monaco le - palpava -. Dove si posavano, dunque le mani? È facile intuirlo (consultando la cabala) dagli ambi che le signore giocavano: 6 e 16; 6 e 28; 16 e 28. Ma, un giorno, accadde l'inverosimile. Un marito sospettoso che aveva subodorato il fatto, travestitesi da donna, e perfettamente attrezzato di tutti i più appariscenti ingredienti anatomici femminili, riuscì a farsi ammettere alla presenza del buon monaco la cui mano, però ebbe di che deludersi, visti i numeri che ne vennero fuori: 6 e 29!

Articolo tratto da: M. Pirone, Napoli, la Sirena è di scena, 1999

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