di Luigi Fiorentino

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Giovanni Saviano era il primo banconista di un’elegante ed accorsata salumeria al Corso Garibaldi, adiacente la vecchia stazione di Napoli Centrale. La bella insegna luminosa del negozio prometteva colazioni, tavola calda e rosticceria. Era un bell’uomo don Giovanni,  di età media, alto di statura ed aveva capelli neri e folti che portavano al centro un ciuffetto bianco e ciò gli conferiva un tono distinto e signorile, infine la sua parlantina, con un forte accento partenopeo, era simpatica e brillante.

Spesso, mentre lavorava al banco, gli capitava di scambiare qualche chiacchiera con i clienti meno frettolosi e gli piaceva molto soprattutto quando l’argomento erano il cinema, il varietà o lo sport. Eccolo quindi consigliare ad un cliente di vedere al più presto il film “Totò a colori” che si proiettava al vicino cinema Excelsior, oppure ad un altro di non mancare assolutamente alla nuova rivista di “Trottolino” che si teneva al Teatro Apollo, con la partecipazione del balletto “Royal” e specificando bene, con le sue “12 gambe 12” che, in realtà, si riducevano a sei ballerine.

 

La facciata del Teatro Apollo e foglio di propaganda cinematografica del cinema EXCELSIOR (coll. A. Gamboni).

Espertissimo del suo lavoro che faceva sin da ragazzo, con la sua gentilezza e disponibilità accontentava tutti: le signore che quotidianamente facevano la spesa, gli ansiosi e trafelati viaggiatori in partenza con il treno dalla vicina stazione, gli studenti, i commessi, i militari e tanti ferrovieri ai quali preparava colazioni buone, abbondanti e soprattutto economiche.

Parlando poi di attitudine o di professionalità del lavoro da salumiere, faceva osservare con un pizzico di arguzia napoletana che, non potendole brevettare, aveva battezzato le sue colazioni con nomi propri come si fa con i figli. Citava dunque la “Rustica” fatta con pane cafone, freschissima mozzarella di bufala, pomodori, un pizzico di origano ed un filo d’olio; la “Francese” che richiedeva pane marsigliese, provola fresca e peperoni in padella ed infine la “Napoli”, preparata con sfilatino al lievito, cicoli e ricotta di fuscella, quei canestrini di paglia che i latini chiamavano fiscelle e che servivano e deporvi le ricottine molli.

Oltre a ciò egli, aiutato da due giovani collaboratori, tagliava, affettava, consigliava, incartava e pesava tutto quanto di buono offrisse la salumeria, senza dimenticare di dare le direttive al personale che lavorava nella piccola contigua cucina dove si preparavano i buoni piatti del giorno. Nonostante tutto egli, pur non essendo il titolare, non tralasciava l’allestimento giornaliero della spaziosa vetrina che si apriva sul marciapiede del corso Garibaldi  all’angolo con Via Carlo Poerio. I proprietari della “miniera”, così la salumeria era chiamata da Giovanni per i buoni affari che faceva, erano i fratelli Mango ricchi commercianti del non lontano Borgo Loreto i quali lo stimavano molto e, per gratificarlo della sua preziosa collaborazione, gli davano un’ottima paga mensile accompagnata da una spesa gratuita con tutto ciò che era necessario per la sua numerosa famiglia.

Don Giovanni dunque viveva una serena e decorosa esistenza insieme alla moglie, cinque figli, un’arzilla suocera, ottima cuoca ed una stagionata cognata in ardente attesa di un marito con posto fisso. La famiglia Saviano abitava nel mio stesso palazzo alla via che porta su all’Arenella; al primo piano di un  buio e strambo appartamento che prendeva luce dal cortile interno dell’edificio.

Sicuramente Giovanni era ottimo marito, buon padre e grande lavoratore: unica sua debolezza era il gioco del Totocalcio. Il sabato sera infatti, al ritorno dal lavoro, gli prendeva una specie di febbre che lo portava a giocare tantissime schedine da compilare o già compilate, nella ricevitoria del piccolo bar nella piazza nei pressi della sua abitazione. La domenica poi invitava parenti ed amici alla sua tavola ben imbandita per mangiare, ascoltare la radiocronaca di una partita di calcio ed aspettare con ansia la lettura dei risultati finali validi per la schedina del Totocalcio.

Se poi, come quasi sempre accadeva, nessun risultato apprezzabile era stato raggiunto, si accendevano accalorate discussioni sulle prestazioni delle squadre, sulle ingiustizie degli arbitri e sulle formazioni sbagliate degli allenatori. Poi tra un caffè e l’altro, si concludeva la domenica.

Questa consuetudine lo gratificava perché dava uno scopo al giorno festivo alimentando la speranza di centrare un bel “13” milionario. Ciò gli avrebbe permesso di realizzare i sogni nel cassetto: una salumeria tutta sua da comprare ed una nuova casa.

Una delle prime schedine del Totocalcio, allora SISAL

(foto archivio cartanapoli).

E così avvenne quella particolare e grigia domenica di gennaio. Il cielo era cupo ed una fredda tramontana scendeva dalla verde collina del Vomero gelando i pochi passanti che rientravano dalla Chiesa di Santa Maria della Salute, dopo aver ascoltato l’ultima Messa domenicale. In casa Saviano si respirava una bell’aria allegra e vivace. La cucina che era stata messa in opera sin dal mattino, dava un bel calduccio propagando un delizioso odore di ragù. I primi ospiti erano cominciati ad arrivare; rapidi e cordiali erano stati i convenevoli. Quindi tutti si erano sistemati a tavola che era stata apparecchiata nella stanza da letto, la più spaziosa della casa. La monumentale radio-bar che era stata accostata all’armadio per ragioni di spazio, puntuale alle 15.30 irradiò la radiocronaca del secondo tempo della partita “Napoli-Inter”. La calda ed inconfondibile voce di Nicolò Carosio si diffuse attraverso le varie e silenziose scale del popoloso palazzo.

Quella domenica, per strana coincidenza, gli ospiti erano più numerosi del solito.

L’allegra comitiva si strinse intorno ad una bianca zuppiera ricolma di gnocchi alla sorrentina conditi di profumato ragù, filante mozzarella ed abbondante parmigiano grattugiato. Fu poi la volta di un vassoio di vermicelli con le vongole seguito da una fragrante frittura di pesce e dalla canonica insalata. Infine, preceduto da un odore delizioso, fu portato in tavola un grande tortano rustico appena sfornato da un monumentale forno di campagna ripieno di: sopressata, salame, uova sode e latticini di Agerola. Generoso vino rosso di Solopaca accompagnava il pasto mentre il fresco e bianco asprino di Aversa, era stato riservato alle gentili signore. La frutta secca, le noccioline e le mandorle, una guantiera con abbondanti dolci, conclusero il pasto.

Per i più giovani, vorrei fermarmi un attimo sul forno di campagna che, nell’evoluzione della specie, ha preceduto i moderni forni a microonde. Al tempo in cui questi fatti si svolsero, solo poche case erano dotate di cucina e forno a gas. La maggior parte di esse avevano invece il così detto focolare alimentato da carboni e carbonella. Qualcuno allora s’inventò questo curioso strumento che consentisse di poter usare il focolare anche per cuocere pietanze a forno. Si trattava di un cilindro del diametro di circa un metro e venti sul cui lato si aprivano due porticine. Esse consentivano l’introduzione al suo interno di teglie e ruoti con le pietanze da cuocere che venivano appoggiati su una specie di trespolo ad x presente all’interno. Il cilindro era privo di fondo. Quindi adagiato sul focolare, la sua particolare forma consentiva di convogliare al suo interno il calore proveniente dai fornelli.  Si creava quindi una camera isolata che cuoceva al forno quanto desiderato. I risultati erano migliori di quanto si possa pensare anche se veniva richiesto un caldo intenso e costante che costringeva le massaie a presidiare i fornelli agitando un ventaglio da cucina senza soluzione di continuità.

Ciò detto, torniamo alla tavola dalla quale ci siamo allontanati per questa digressione.

Fu al momento dell’arrivo dei liquori e del caffè che si udì il grido di don Giovanni alto e gioioso, forte e commosso come un lampo che precede il tuono: “Mamma mia d' 'o Carmine! Ho fatto 13: mò svengo”. Erano le 17 e da quel momento in quell’appartamento ed in quell’antico e grande palazzo non si capì più niente.

Come d’incanto al grido fatale tutte le finestre si illuminarono mentre la notizia già rimbalzava da una scala all’altra. In un battibaleno la lieta novella si sparse anche attraverso i vicoli del quartiere, passando da un basso all’altro ed una piccola processione di persone invase il cortile del nostro palazzo. A questi si unirono tanti casigliani che protetti da sciarpe, cappotti, cappelli per il freddo, erano discesi dalle proprie case nel cortile per rendersi conto della situazione, congratularsi con il vincitore e brindare al nuovo milionario.

In breve anche la casa di don Giovanni si riempì di gente. Egli abbracciava e baciava tutti, stringeva mani e dava ampie spiegazioni tecniche sulla schedina vincente che era stata studiata e meditata con molta attenzione e competenza. Nel frattempo però tutte le ampie provviste alcoliche di casa Saviano andarono esaurite e non solo quelle. Si consumarono due damigianelle di vino rosso per un totale di dieci litri e furono sturate dieci bottiglie di spumante d’Asti abboccato. Dalla capace credenza sparirono una bottiglia di crema cacao Buton, liquore dolcissimo con cammello ed ascaro sull’etichetta; una bottiglia di Prunella Stock Ballor ed una di Brandy SIS Cavallino Rosso. Dalla cucina invece scomparvero un piatto abbondante di gnocchi, mezzo tortano, un capace piatto di provolone e gorgonzola, due cotolette ed il suo contorno di broccoli residui della cena della sera prima e di un robusto gambo di prosciutto venne trovato solo l’osso completamente spolpato.

Per l’occasione il monumentale portone che chiudeva la sera il palazzo, venne tenuto aperto da don Mimì il quale viveva in un basso del cortile e che fungeva da secondino e portiere nei giorni festivi. Lo stesso don Mimì organizzò con la legna già accantonata in preparazione del falò di Sant’Antonio Abate, da tenersi il successivo 17 gennaio, un grande fuoco per coloro che con sedie, sgabelli ed altri mezzi di fortuna, seduti in circolo aspettavano la proclamazione ufficiale del milionario con la notizia dell’entità della vincita che sarebbe arrivata da lì a poco. E con essa l’immancabile presenza di giornalisti e fotografi.

La notte trascorse interamente in questa vana attesa. La fredda alba colse le ultime assonnate persone infreddolite intorno al fuoco che era diventato tutta cenere. Le luci di casa Saviano si erano intanto spente ed era scomparso dall’aria quel senso di allegria e di vittoria che aveva coinvolto un poco tutti.

Solo verso le 9 del mattino dalla vicina ricevitoria arrivò la triste conferma. La vincita era stata ultra popolare: ai 13 sarebbero spettate solo tremila lire cioè il costo di un modesto paia di scarpe. Alla notizia Don Giovanni impallidì ma si controllò bene. Nella tarda mattinata, dopo una lunga e meditata riflessione, comunicò ai suoi cari che non sarebbe più ritornato al lavoro nella salumeria dei fratelli Mango. La mancata vincita non gli aveva dato i milioni, ma il coraggio di aprire al più presto una sua salumeria anche a costo di fare debiti e grandi sacrifici.

In breve tempo fittò un locale nel piccolo paese rurale di San Pietro a Patierno ove allestì una graziosa quanto ben fornita salumeria. Trasferì quindi la sua famiglia in una località alle falde del Vesuvio in una casa nuova.

Il tempo passò veloce. I giorni ed i mesi s’inseguirono con rapidità e trascorsero due anni circa da quell’avvenimento.

La vecchia stazione dei Tram Provinciali a Porta Capuana (foto Archivio CTP).

Un giorno di ritorno da scuola, mentre aspettavo l’autobus alla fermata del Teatro San Carlo, mi trovai davanti don Giovanni Saviano. Era avvolto in un impermeabile spiegazzato, un’aria dimessa e stanca ed un vistoso segno di lutto sul braccio. Mi riconobbe subito e mi abbracciò con slancio quanto con tenerezza. Mi raccontò straziato e con gli pieni di lacrime, che aveva perso il suo primo figlio. Era caduto dal tram provinciale che lo portava al lavoro a San Pietro, nella salumeria paterna. Questo grave fatto gli aveva sconvolto la vita, sottraendogli tutte le speranze ed i sogni da realizzare.  Solo la necessità quotidiana di portare avanti la famiglia, lo aiutava a trascinare l’esistenza. Chiusa la sua salumeria in paese, lavorava come aiutante in un modesto negozio di panetteria alla Speranzella, una strada dei quartieri spagnoli di Napoli, che corre parallela a Via Roma. Mi sussurrò che non giocava più. La fortuna, che lo aveva peraltro solo sfiorato, era stata la sua sfortuna arrecandogli un dolore senza limiti.

Intanto sopraggiunse il suo bus nel quale rapidamente s’infilò, salutandomi con un breve cenno della mano senza neanche girarsi; quasi a voler spegnere le luci sul  dramma che non volendo gli avevo fatto riaccendere.

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