di Luigi Fiorentino

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Il Natale a Napoli è un po’ strano perché è quasi sempre senza freddo e sicuramente senza neve. Questo gli toglie quell’atmosfera magica di calore e raccoglimento che è tipico di questa grande festa. Pur contaminato dalle tendenze consumistiche della società moderna, conserva a tutt'oggi molti aspetti che ruotano intorno ad alcuni simboli tradizionali: la preparazione del presepe, lo scambio dei doni, i sontuosi pranzi che riuniscono le famiglie intorno ad un bel tavolo imbandito.

Il menu della Vigilia è dominato dal pesce, quello di Natale dalla verdura e dal pollame, quello di S. Stefano dalla carne e dal ragù. Frutta e dolci con il loro sapore e profumo ci accompagneranno per tutte le feste. Il Natale a Napoli, per molti aspetti, è quello di sempre. Nel corso della vita però può capitare che le circostanze, i capricci della sorte, possono cambiare il suo tradizionale svolgimento, come quello curioso vissuto da me alcuni anni fa. Quel giorno del 25 dicembre infatti lo trascorsi insieme a mr. Kato, ligio ed impettito dirigente di una importante agenzia di viaggi giapponese giunto a Napoli per vedere siti di interesse turistico ed artistico. Impresa difficilissima perché i monumenti erano chiusi per la festività e la città sotto una pioggerellina mesta ed insidiosa mancava di quel fascino per cui è famosa nel mondo. Pensai che un buon pranzo servito in un ristorante alla moda, potesse essere un buon argomento per riparare alla delusione ed allo sconforto del mio ospite.

Ma purtroppo in città tutti i locali riposavano per l’evento. Mi venne in aiuto Nicola, il nostro autista, il quale si ricordò di un “Vino e cucina” sicuramente aperto, posto in un vicoletto, alle spalle della Riviera di Chiaia.

Il vico Santa Maria della neve, tra via Riviera di Chiaia ed il Corso Vittorio Emanuele.

La cantina di “Tonino il Sommese” si trovava nel vicolo S. Maria della Neve, sovrastata da alti palazzi che a stento facevano vedere il cielo scuro e gravido di nubi. L’entrata, abbellita da lampadine natalizie, ci accolse in un grande vano dove si vendeva di tutto e non mancava niente. C’era un grande banco con la bilancia e le cannelle per la mescita del vino e dell’olio. Sopra l’indispensabile immagine di San Gennaro con la lampadina mignon davanti e gli scaffali con la pasta sfusa corta: tubetti, rosmarino, farfalline, lumachine ed i piccolissimi acini di pepe. C’erano poi gli scomparti per la pasta lunga sfusa e le mensole per i vini di etichetta: non mancavano scatolette di pomodoro, di tonno e di acciughe e grosse casse di bevande messe a terra alla rinfusa.

Le botti con il vino erano accatastate l’una sull’altra. Potevi comprare mezzo litro di vino rosso di Mondragone, del beneventano Solopaca o dell’arcigno e rosso Manduria, tipico pugliese. Numerosi sacchi di iuta aperti, con i bordi arrotolati, contenevano fagioli, ceci, lenticchie e fave secche ed infine sulla parte terminale del banco dove era stato sistemato un alberello di Natale, c’era la grande scatola di latta detta “buattone”. Conserva di pomodoro che venduta sfusa a cucchiaiate, serviva con una punta di sugna, di base per il ragù napoletano.

Piazza San Gaetano: una tipica rivendita di vini degli anni '50 del secolo passato (coll. A. Gamboni).

Nel secondo vano che fungeva da modestissima sala da pranzo, vi erano dei  tavoli disposti in giro, una credenza per i piatti e posate e per gli innumerevoli boccacci contenenti olive bianche e nere, taralli, noccioline e mandorle abbrustolite, sfizi che solleticavano la voglia di bere vino. Le pareti erano abbellite con serti di aglio, peperoncino e pomodorini del Vesuvio. In fondo quasi a vista, si apriva la piccola cucina dove Donna Carmela la cuoca, moglie di Tonino, in camice bianco, si muoveva con sicurezza e disinvoltura tra le pentole e gli sbuffi di vapore. Il luogo mi creò molte perplessità ma Mr Kato dopo un momento di comprensibile esitazione, mi diede l’impressione che fosse molto interessato a quel posto genuino ed a provare qualcosa di diverso dai soliti ristoranti che frequentava per necessità lavorative. Il menu recitato da Donna Carmela che, data la scarsità della clientela, fungeva anche da cameriera, era completo di tutte le specialità della cucina napoletana e natalizia.

C’era il ragù, baccalà in cassuola ed in bianco, capitone ed anguille, fritti, salsicce, agnello con patate, insalata di rinforzo e quindi spaghetti, rigatoni, penne, senza dimenticare un’eventuale zuppa di soffritto, che in quel giorno freddo ed umido, era l’ideale per riscaldarsi. Il mio ospite si soffermò solo sugli spaghetti a vongole in bianco che tanto gli piacquero che ne mangiò sei piatti, fra la meraviglia della cuoca e dei pochi avventori e di Tonino che non fece mai mancare al nostro tavolo dell’ottimo vino bianco fresco del Vesuvio.

Gli spaghetti a vongole in bianco che tanto piacquero al giapponese mr. Kato.

Come dessert ed omaggio della casa, gli fu offerto un assaggio di spaghetti al soffritto che apprezzò molto, anche se dovette bere due bicchieri di vino in rapida sequenza per spegnere l’incendio provocato dal micidiale ma canonico peperoncino. Mr Kato era contentissimo; gli spaghetti di Donna Carmela avevano compiuto il miracolo. Quella visita che era partita come deludente e triste, si era risolta in un trionfo. Partì puntuale per Roma con il rapido delle 16.15 dalla stazione di Mergellina. Al momento di salutarmi, in un impeto di entusiasmo, molto raro nei giapponesi, mi disse che sarebbe ritornato a Napoli, città meravigliosa, magari con la moglie ed avrebbe inviato tanti turisti per gustare gli spaghetti napoletani. Ora nel vicolo Santa Maria la Neve è cambiato tutto. La cantina di Tonino il Massese non esiste più sostituita da un ristorante giapponese. I poveri bassi abitati da gente operosa ed umile, oggi sono botteghe artigiane. C’è quindi una cartolibreria, un panificio, un centro benessere ed una pescheria che vende aragoste, astici, scampi vivi ed anche cotti da asporto. C’è sempre però la targa dedicata ai caduti di un fatale bombardamento del ‘43 mentre posta di lato al palazzo lì dove la strada fa una forcella, c’è la cappellina con la croce di legno a ricordo dell’epidemia del colera del 1648. Forse ci sarebbe il posto anche per una targa simbolica a ricordo di un Natale irripetibile:

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