di Antonio Gamboni

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In una città come Napoli il Natale si respira nell’aria più che mai. Già da novembre i primi turisti invernali percorrono lo stretto budello di San Gregorio Armeno dove gli artigiani del Presepio espongono le loro opere e le loro statuine in terracotta. I presepi napoletani sono noti da secoli, uno per tutti il settecentesco Presepio Cuciniello esposto nel Museo di San Martino.

Di origine francese, i famosi santons (statuine in terracotta) approdarono a Napoli verso la fine dell’ '800 con la variante però, che invece di santoni furono dette pastori. Nel presepio napoletano è un pastore sia San Giuseppe che l’ asinello, sia lo zampognaro che la pecorella; insomma tutti sono pastori e tutti fanno il presepio. Dopo una pausa di riflessione durata alcuni anni, quest’ arte oggi è risorta a nuova vita.

Nel tempo ho raccolto per i miei presepi diverse statuine in terracotta. Realizzate da valenti artigiani ed arricchite con oggetti costruiti da me o da amici, esse ricordano antichi mestieri della Napoli ottocentesca, mestieri che oggi non avrebbero più motivo di essere sia per l’evoluzione culturale che per quella economica. Allora la gran parte del popolo viveva alla giornata e si contentava dello stretto necessario e cioè un pezzo di pane con companatico ed un buon bicchiere di vino. Oggi sono considerati oggetti di necessità il telefonino, il computer e l’abito griffato; in quel tempo l’abito era semplicemente rattoppato o, al massimo, rivoltato! Allora, chi non poteva permettersi un vero presepio, si contentava di acquistare a modico prezzo uno di quei fogli di carta stampata da ritagliare che la ditta Stella immetteva sul mercato in ricorrenza del Santo Natale. Il foglio, sul quale erano impressi i vari personaggi del presepio, veniva incollato su un compensato di legno e le figurine traforate. La produzione di questi fogli da costruzione, che proponevano anche fabbricati e mezzi di locomozione, risale addirittura agli inizi del XIX secolo.

Tornando alle statuine, non potendole rappresentare tutte, mi sono limitato ad illustrare le più significative riportandone una sintetica descrizione.

 

gli Zampognari

Coppia di suonatori dinanzi ad una edicola sacra con la raffigurazione della Natività (edicola costruzione A. Gamboni).

 

il Vaccaro

Alle sette del mattino, il vaccaro faceva il giro dei suoi consumatori rifornendoli di latte appena munto dalla mucca che si portava dietro. Alle otto già faceva ritorno alla sua stalla.

 

lo Scrivano Pubblico

Di norma lo si trovava all’ombra dei portici del Teatro San Carlo o del Teatro Fondo, oggi Mercadante oppure all’angolo della Posta. Dall’aspetto sparuto, questi scrivani operavano su uno sgangherato banchetto riparandosi dal sole o dall’acqua con uno stesso ombrello. Egli era il sensale delle parole ed era al servizio degli analfabeti (tavolino costruzione P. Neri).

 

 

         

'a Lavannara

‘A Lavannara, bella per tradizione, scendeva in città il lunedì dalla collina del Vomero a cavallo di un asino. In un’ampia sporta metteva la mappata di biancheria che, raccolta casa per casa e segnata con fili di cotone di vario colore, veniva insaponata, lavata in una tinozza, asciugata al sole e restituita candida e profumata il venerdì successivo (fontana costruzione A. Gamboni).

 

'a Spigaiola

Nel dialetto napoletano la pannocchia di granoturco è comunemente denominata "spiga" e spigaiola era la venditrice di pannocchie lessate o cotte alla brace. Di norma questa lavoratrice stagionale esponeva la sua mercanzia su tavolette in legno poggiate sul bordo di una grossa pentola che si portava dietro su un rudimentale carroccio.

   

La cambia monete

La cambia monete era un mestiere per lo più svolto da donne. Con il loro banchetto posto quasi sempre agli incroci delle pubbliche vie, esse cambiavano monete in argento di grosso taglio con spiccioli, tante piccole monete di rame che tenevano sopra il banchetto suddivise in monticelli. L’argento invece erano custodito in un cassettino riservato. Le poverine vivevano dell’obolo lasciato da colui che ne chiedeva il cambio (tavolino costruzione P. Neri).

l'Acquaiola

L’ ambulante venditrice di suffregna, acqua sulfurea raccolta in alcune sorgenti a Napoli, recava in mano o a spalla recipienti in terracotta a forma di antiche anfore detti mummare o mummarelle. Figura classica di bella ragazza, l’acquaiola è citata in molte canzoni napoletane antiche con versi quali "Tutt’ a vonno ‘sta bella acquaiola . . ."

Ricordiamo che nel "parlar napoletano" la mummara assume anche altri significati quali testa, seni, ecc ...

 

'o Guarattellaro

Il termine guarattella, che in francese indica una cosa da nulla, denota sia il burattino in stoffa e legno sia il teatrino ambulante a forma di castelletto ed a misura d’uomo.

Molto noto fu il guarattellaro del Molo, specializzato in brevi farse con Colombina e Pulcinella il quale vibrava forti manganellate agli sbirri ed alla non meno nota capa ‘e morte (teatrino costruzione P. Neri).

l'Ovaiola

Le mattutine ovaiole, al grido ova fresche, me l’hanno fatte ‘e galline stammatina. So’ ancora caure! venivano dalla cintura rurale della città. Spesso con le uova esse portavano anche giovani pollastrelle o galletti da vendere a qualche cliente più esigente. Nei primi decenni dello scorso secolo Emmanuele Rocco già considerava questo mestiere in via di estinzione.

 

'o Zeppulaiolo

Il venditore di zeppole e panzarotti (frittelle e crocché di patata) girava con la sua bottega ambulante verso l’ora dei pasti. Sul carrettino vi era un piccolo fornello a carbone sul quale venivano fritte in una grossa padella le zeppole e i panzarotti messi poi a colare nell’apposito cestello (carrettino ispirato ad una vecchia foto - costruzione A. Gamboni).

 

il Pescivendolo

Tipico banco da pescivendolo del periodo natalizio. La tradizione presepiale vuole il venditore vestito da "Masaniello", al secolo Tommaso Aniello da Amalfi, il noto pescivendolo che capeggiò tra il 7 ed il 16 luglio del 1647 la rivolta contro il governo vicereale spagnolo a causa dell'imposizione di ulteriori gabelle. In esposizione cefali, aragoste, cozze, alici ed altri frutti di mare. 

 

'o Verdummaro

Con il suo somarello stracarico di ogni sorta di verdura, ‘o verdummaro, detto anche parulano per deformazione di paludano, veniva ogni mattina dalla paludosa zona di Sant’Anna, nei pressi di Porta Nolana, per offrire le verdure da lui stesso raccolte. Cavoli, peperoni, melanzane, carciofi ed altri ortaggi costituivano il quotidiano ed economico pasto del popolo.

 

'o Quatt' 'e maggio

Ogni anno, il giorno 4 di maggio segnava il termine dei contratti di locazione; pertanto se l'affitto non veniva rinnovato occorreva traslocare. Nella Napoli dell' '800 non vi erano ditte specializzate, allora si chiamavano alcuni facchini i quali accatastavano le masserizie sopra un carrettino trainato da un asinello. E con l'affittuario traslocava anche 'o munaciello, come si nota sulla sommità del carretto (carrettino e masserizie costruzione A. Gamboni).

 

'o Passalava

Anche sul finire dell' '800 quando pioveva Napoli diveniva tutto un pantano. Molto popolare era 'a lava de' Virgini, ovvero quel grosso flusso di acqua che si formava nel quartiere Sanità a seguito delle piogge torrenziali. Ecco, quindi, che l'ingegnoso napoletano subito s'inventò un nuovo mestiere: il Passalava. Erano, questi, dei giovanotti che si caricavano in groppa, ovvero sulle spalle a cacecauoglio, l'anziano avventore traghettandolo da una sponda all'altra della pubblica via.

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