di Luigi Fiorentino

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In una sera fredda di una lontana Vigilia di Natale, ritornando dalla drogheria Janton in Piazza Municipio a Napoli [sotto Palazzo San Giacomo ndr] per comprare, ad una zia di Sorrento, due estratti per fare rosolio, io e papà ci imbattemmo nel mercato del pesce, allestito per l’occasione nella centrale ed animata via Santa Brigida, che costeggia da un lato la Galleria Umberto I. L’affascinante bottega Janton, arredata con stigli di legno antico, mensole di cristallo e vasi di ceramica, era molto frequentata dai napoletani che solo qui potevano comprare misture per liquori, aromi dolci, estratti per rosoli casalinghi, erbe aromatiche, te e camomilla in polvere, infusi, miracolose tisane ed impareggiabili caramelle balsamiche per la cura del raffreddore.

Sul lato sinistro della foto, la via Santa Brigida che congiunge Piazza Municipio con via Toledo.

(coll. M. Pirone)

Per caso ci trovammo dunque nel mezzo di una variopinta e vociante folla che si muoveva fra i tanti banchetti del mercato che illuminati da mille lampadine, vendevano pesce fresco che quella sera sarebbe stato per molte famiglie l'indiscusso protagonista della cena di Vigilia.

Vidi cosi per la prima volta le tipiche “spaselle” piene di freschissimi cefali, orate, saraghi, calamari, triglie e gamberetti mentre, nelle tinozze basse dal fondo bianco, erano esposte vongole veraci, telline, lupini, “maruzze”, cannolicchi e fasolare. Ad attirare la mia curiosità, furono però le capaci vasche di legno dipinte di azzurro, ricolme d'acqua  dove vi era un intenso andirivieni di neri e viscidi serpenti.

Mi fu spiegato che erano i capitoni che, somigliando al serpente simbolo del male, andavano distrutti tagliandoli a pezzi quindi fritti in olio bollente e mangiati durante i giorni di Natale e Capodanno cosi, gustandone anche un pezzettino, si teneva lontano “farfariello” cioè il diavolo.

Nella strada la voce dei pescivendoli risuonava stentorea e robusta ed invitava la gente a comprare: “fattelo con il limone il pesce di Posillipo”, “tengo cefali e capitoni di prima qualità”, “ostriche e cozze del Fusaro; fattene una zuppa”.

Bellissimi erano i posti di “verdumaio” con la multicolore e fresca parata di prodotti agricoli, verdure miste, cavoli, carciofi, insalate, uva dorata, meloni bianchi, mandarini, arance , fichi d'India e melograni. Non mancavano certamente le eleganti confezioni di frutta secca: datteri, prugne nere e noci di Sorrento. Più avanti sostavano i venditori di uova e pollame; ed i bianchi e lindi scanni dei “baccalaiuoli” dove erano esposti, irrorati da fresca acqua corrente, bianchissimi pezzi di baccalà e “mussillo” in compagnia di mastelli ricolmi di ulive bianche e nere, capperi di Pantelleria, acciughe di Cetara e sode “pepacelle” della ricca campagna aversana.

Le bancarelle di fuochi d'artificio, offrivano con poche lire, “stelletelle”, bengali, girandole, micidiali botte a muro e tric trac per rendere quella serata di festa più gioiosa.

Venditori di pesce a Santa Brigida durante il periodo natalizio dei primi anni del '900, e ...

... la via Santa Brigida al tempo dei fatti narrati (coll. M. Pirone).

Alla fine della strada, quasi addossate ai vicoli dei quartieri spagnoli, si udivano poi le voci delle venditrici di sigarette americane che invitavano i passanti all'acquisto e ripetevano come una litania: “mericane, chi fuma?”, “chi vo 'o cammell?, “tengo ‘o viecchio ca' barba”, “che pall mane”, “ncopp ‘o camel”, “alluche e strille ncopp o cess e fierr”. Deformando i nomi di famose marche di sigarette straniere, un po’ per ignoranza, un po’ per ironia, cercavano di combattere la loro situazione di disagio e di miseria.

La via Santa Brigida con la omonima chiesa in una cartolina d'epoca (coll. A. Gamboni).

  

Nella bella chiesa barocca consacrata alla Santa Svedese Brigida e che dava il nome alla strada, vi era un intenso passaggio di persone che entravano per pregare o per ammirare il monumentale presepe ottocentesco in esposizione. Vicino agli scalini del cancello, due zampognari avvolti nel loro mantello a ruota, suonavano una dolcissima novena con la speranza di ricevere qualche offerta da passanti generosi.

La piccola edicola di giornali, posta di lato all'ingresso della Galleria Umberto, quasi inutile in quel festoso e godereccio contesto, insieme ai pochi quotidiani locali dell'epoca: Risorgimento, Roma ed il satirico “6 e 22”, mostrava due favolose copertine di albi a fumetti che attrassero la mia attenzione. Il primo “La lampada eterna della regina Luana”, e poi “Un'avventura di Cino e Franco”. Quindi una novità: un piccolo e curioso albo rettangolare chiamato “Topolino Tascabile”.

Desiderai subito comprarli ma la timidezza ed il buon senso, mi trattennero dal chiedere, perché erano solo pochi giorni che papà era ritornato al lavoro dopo le vicende belliche. Quindi di soldi in famiglia ce ne erano veramente pochi.

La Pizzeria “Ciro” lavorava a grande ritmo. Le sale che davano sulla strada erano piene di clienti. Quando il pizzaiolo tirava fuori la lunga pala di legno dalla rossa ed ardente bocca del forno, quel profumo di mozzarella, basilico e pomodoro, si diffondeva nell'aria con un messaggio di calore e benessere, creando tragici languori di fame per chi non poteva permettersi neppure una pizza. Nell'adiacente Bar Pippone, ritrovo abituale di tifosi del “Napoli”, si avvicendava al banco una folla di avventori per gustare il caratteristico caffè corretto all'anice. Nelle sue vetrine appannate di vapore, facevano bella mostra i caratteristici vassoi di dolci natalizi di tradizione partenopea: roccoco', bianchi e delicati raffioli, mustaccioli al cioccolato.

Su candidi dischi di cartone merlettato erano poi adagiate montagnelle di palline dorate ricoperte da confettini e decorate con multicolori strisce di frutta candita: erano gli struffoli, un'altra golosità natalizia che veniva preparata tagliando a pezzettini strisce di pasta arrotondata, fritti e ricoperti da delicato miele.

Il Giornale di Cino e Franco e il primo Albo Tascabile di Topolino (collezione privata).

In quel momento, in quella strada presa come simbolo, la città attraverso la celebrazione di un evento religioso come il Natale, cercava il proprio riscatto dopo la terribile guerra, le miserie e le umiliazioni subite dal suo popolo. Era una Napoli milionaria e povera nello stesso tempo, cialtrona e nobile, cattiva e generosa che mischiava così il sacro ed il profano: la religiosità e la gastronomia.

Di tutte quelle prelibatezze sulla nostra mensa natalizia sarebbe arrivato ben poco perché come disse Papà, “siamo ancora ai verbi difettivi e la barca non si è ancora raddrizzata” alludendo alle sue scarse finanze.

A quelle parole un uomo dall'aspetto dimesso porgendo a mio padre un coppo giallo di carta grezza disse: “accettate, sono quattro pezzi di capitone, per me uno intero era troppo perché a casa sono rimasto solo, accontentate il ragazzo”. Ci salutò con un buon Natale e sparì fra i vicoli dei quartieri spagnoli. L'inaspettato regalo ci stupì e ci rese contenti. Velocemente prendemmo la via di casa, su verso la collina nel quartiere dell'Arenella.

Quella sera non potevamo fare tardi perché la cena eccezionalmente l'avremmo fatta insieme alla famiglia Calise, con la quale dividevamo da tanti anni un grande appartamento, stabilendo fra di noi un clima di affetto e di reciproca stima.

A casa la tavola era stata apparecchiata nella spaziosa e calda cucina, accanto al focolare in muratura. La grotticella con la Natività era stata posta su di una mensola e dal piatto della lampadina, per fare atmosfera, scendevano delle strisce di carta colorata, da un vaso spuntavano dei rami verdi con alcune bacche rosse, sui quali erano adagiati piccoli fiocchi di bambagia bianca per simulare la neve. Prima di iniziare a mangiare, ci raccogliemmo tutti in preghiera per ringraziare il Signore per la fine della guerra ed invocare il Suo aiuto per far tornare Pasquale, l'ultimo figlio dei Calise. Egli era imbarcato sulla corazzata “Roma” affondata l'8 settembre del ’43, il giorno dell'armistizio, e dato per disperso insieme a tanti altri marinai. La cena fu molto modesta e per niente appetitosa, ma fu rallegrata dalla vispa presenza dei miei due fratellini che diedero alla serata una vivacità insolita, facendo dimenticare le assenze e le malinconie.

La corazzata "Roma" in livrea mimetica (foto istituzionale).

Le pietanze della serata furono: zuppa di piselli, broccoli di foglie all'insalata, frittata di polvere di uovo, migliaccio di farinella gialla e per finire fiocchi d'avena dolci. Tutto era contenuto, tranne i broccoli, nei pacchi UNRRA distribuiti alla popolazione dalle forze di occupazione americane. I quattro pezzi di capitone non compaiono nelle pietanze consumate, perché al momento del risciacquo, persero per intero il loro colore scuro. Non si trattava infatti di buon capitone ma di volgarissimo ed economico gronco pitturato artatamente di nero. Avendo un aspetto ed un odore che non promettevano niente di buono, prese con grande disappunto di tutti noi la via della spazzatura.

L'episodio suscitò grande meraviglia fra i presenti. Presto però l’ilarità prese il posto della delusione e fu deciso di farci i numeri per un bella giocata al bancolotto, il sabato successivo. Il biglietto, secondo il Sig. Calise esperto di cabala, andava giocato con questi numeri: 24 la Vigilia, 72 la meraviglia, 32 il capitone, 58 il regalo, puntando su ambo e terno su tutte le ruote. La fortuna purtroppo non si fece viva e l'episodio restò solo un piccolo aneddoto da raccontare per farsi due risate.

Dopo cena alcuni casigliani conoscenti ed amici portarono il loro affetto e la loro solidarietà alla famiglia Calise ed aspettammo insieme la Mezzanotte. Vennero la signora Erminia, levatrice, la signorina Ida, cantante lirica al San Carlo, don Luigino il carabiniere, e don Vincenzino ufficiale postale con la moglie. Tutti portarono un regalino: alcuni mandarini, un pezzo di castagnaccio, un poco di caffè. Il piccolo assaggio di struffoli promesso dalla cantante purtroppo per sua disattenzione, fu mangiato dal suo cane Burdash insieme al cartone che li conteneva, con grande preoccupazione per la salute dell'animale. Si giocò un poco a carte, si mangiarono semi di zucca, ceci abbrustoliti e qualche carruba. A mezzanotte al suono della campana della vicina chiesa, la signorina Ida con la sua voce angelica cantò il “Tu scendi dalle Stelle”. Don Luigino sparò con il suo fucile d'ordinanza tre colpi in alto in segno di giubilo.

'O Prevetariello

 Olio su tela di Antonio Mancini che rappresenta un fanciullo smunto e dallo sguardo assorto, vestito in abito di chierichetto.

(Museo San Martino - Napoli)

La vera sorpresa della serata per me fu quando si unì a noi, per una breve visita, la famiglia del Rag. Barbagallo con la figliola dodicenne Fernanda. La ragazza era per me misterioso motivo di attrazione e turbamento quando la incrociavo per le scale del palazzo o quando la vedevo in chiesa: io con la veste rossa e la cotta bianca e merlettata del chierichetto e lei con i suoi genitori seduti ai primi banchi per ascoltare la S. Messa. Mentre gli adulti facevano conversazione parlando delle difficoltà del dopoguerra, del cattivo tempo e della scoperta sensazionale della penicillina, lei rivolgendosi a me timido ed impacciato, con semplicità ed una deliziosa erre moscia, chiamandomi “pvevetaviello”, mi raccontò un poco di sé, dei suoi studi, della sua passione per il canto e poi mi confidò un suo segreto. Mi disse che non era felice perché le mancava la mano destra saltata via durante la guerra per una bambola esplosiva, raccolta imprudentemente in strada. Vestiva perciò sempre giacche, camicette, magliette con maniche lunghe per nascondere il braccio ed evitava le amicizie con altri ragazzini per paura di essere schernita. Mi raccontò poi che aveva visto un bel film comico “Fifa e Arena” e che era stata principessa con abito celeste, in una recita alla sua scuola. Il tempo volò in quella conversazione fatta con Fernanda, così matura, così concreta per un ragazzino che era attratto solo dai fumetti ed dal gioco del pallone.

Mi ritrovai al buio nel mio lettino, nel completo silenzio di quella notte Santa. Pensai di non addormentarmi per pregare molto anche fino all'alba, perché volevo chiedere a Gesù Bambino tante cose importanti ed urgenti: chiedevo il ritorno a casa di Pasquale, la ricrescita della mano di Fernanda ed un piccolo assaggio di capitoni e struffoli. La lista delle richieste si fermò qui, perché dopo pochi minuti il sonno mi vinse e mi addormentai profondamente e beatamente.

Era il Natale 1947: per me il primo Natale.

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