di Antonio Gamboni

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Scriveva Carlo T. Dalbono “Mutar tetto è dunque pe’ napolitani, non un bisogno ma un uso, quando non siano ospiti della Concordia” e cioè quando non erano rinchiusi alla Concordia, luogo dove si trovavano le carceri per i debitori.

Quando Napoli era capitale, i possessori di case le davano in fitto per un anno a partire dalle ore 18 del giorno 4 maggio. E fu così che a Napoli ‘o quatt’ ‘e maggio divenne sinonimo di sfratto.

Una gran confusione vi era in quel dì per la città; carretti che andavano, altri che venivano; inoltre in uno stesso appartamento si incontrava la famiglia del cedente con quella del subentrante.

Tutte le masserizie accatastate nelle nude stanze consistevano in povere cose, come poveri erano i loro proprietari. Certamente il signore, il ricco, non traslocava; egli abitava nel palazzo di sua proprietà, pur se quasi sempre era pieno di debiti.

Il tutto, però, iniziava quattro mesi prima: il 4 gennaio. Se a questa data il padrone di casa non aveva concesso all’inquilino altra dilazione, quest’ultimo, a sua insaputa, leggeva sulla porta dell’abitazione si loca, termini che il popolino univa in una sola parola siloca, trasformando la piccola frase in un solo vocabolo indicante lo sfratto.

Ed allora, per quattro mesi, il povero inquilino era costretto ad aprire la porta a chiunque volesse visitare l’appartamento. Cediamo ancora la parola a Carlo T. Dalbono per assistere ad un dialogo tra inquilino e visitatore:

      È buona l’acqua?

      Così, piuttosto.

      È acqua di Carmignano?

      Non lo so.

      A casa mia ho l’acqua di Carmignano.

      Me ne congratulo.

      Perdonate - il pozzo è profondo?

      Lo domanderò al mio domestico.

      Perdonate - Vorrei sapere quante canne di fune vi abbisognano.

      Scusate - Compiacetevi di osservar prima la casa.

      Grazie - Avete sole.... — com’ è esposta la camera a dormire ?

      Mi pare a ponente.

      Eh! la mia camera da letto è a mezzogiorno . . .

      Me ne congratulo.

      A proposito la galleria è grande. Vi si possono formare due quadriglie in sedici?

      Non credo.

      A casa mia, si balla ogni domenica.

      Tanto piacere....

      È astrico a ciclo?

      La sola camera da pranzo.

      E la camera di letto ha una retrostanza?

      Piccola sì.

      Il mio piccolo gabinetto a strada Scassacocchi è magnifico. Quando seggo (con rispetto parlando) veggo il mare, le bocche di Capri....

      Dal mio, Signore, non vedrete che la cima di albero di celse piccole....

      Quanto mi dispiace! La cucina già è luminosa?

      Alquanto.

      Le fornacelle sono alla romana?

      Non saprei, perché non me ne son mai servito. Io son solo e mangio fuori di casa alla trattoria.

      Io poi non potrei tranguggiare un sol boccone di trattore.

      Tutto è abito.

      Oh in quanto a ciò son rigoroso. Mia moglie tra le altre sue virtù, che non son poche, sa fare il sugo di ragù tirato alla perfezione....

      Me ne congratulo.

      Non vi parlo poi de’ vermicelli al pomidoro. Potrebbero essere imbanditi a tavola regia....

      Compiacetevi di veder la casa, perché son sulle mosse di andar via e chiudere.

      Subito. Voi preferite o signore i vermicelli al pomidoro a....

      Io mangio tutto.

      Oh in quanto al mangiare io sono rigido anziché no. Vero è che noi in questa valle di lacrime dobbiamo mangiare per vivere, non vivere per mangiare, ma la proprietà de’ cibi mi piace e con un poco di sapore ed anche con una certa abbondanza.

      Signore osservate bene dunque la cucina, perché, ve ne pregai già, ho fretta....

     La cucina è piccola.... o mal disposta. Il focolare dovrebbe star più prossimo alla finestra. Signore scusate, questo architetto esser doveva una bestia.

      Sia pure, io non vi ho colpa.

      Ed ora quante altre camere vi sono?

      Nessun’altra.

      Come! Sei stanze e cucina!...

      Certo.

      A vicolo Scassacocchi ne ho dodici, loggia, mezzano, giardino, portone carrozzabile dispensa e cantina, ottima pe’ meloni. Signore vi piacciono i meloni ?

      Amico ho fretta. D’altra parte io vi ho bene spiegato da bel prin­cipio che la casa aveva sei stanze. E poi per cencinquanta ducati all’anno non credo si possa pretender di più....

      Perdonate signore, non conosco il vostro riverito nome.

      Giacomo a servirvi.

      Favorirmi sempre. Uscite forse ?

      Ebbi già 1’onore di ripetervelo.

      Mi meraviglio. L’onore è mio. E da qual parte siete diretto?

      Alla via de’ tribunali, e per affari di premura.

      Andate a piedi....

      No signore; non arriverei in tempo, prendo una carrozzella.

      Quanto sono comode queste carrozzelle. A tempo antico v’erano...

      I corricoli lo so, ma....

      Erano incomodi lo so. Se volete compiacervi....

      Vengo mi farò un pregio di accompagnarvi se lo permettete, io son sulla strada.

      Come vi aggrada, ma presto....”

Poi sull’uscio seguivano quelle consuete e noiosissime cerimonie di precedenza.

 

Certo che quel visitatore era proprio un bel tipo.

Antica stampa ottocentesca raffigurante uno sfratto di casa in via Chiaja:

mobili calati con le corde e vasi da fiori lanciati nel vuoto (coll. A. Gamboni).

Ma non è tutto; nel 1918 il famoso Armando Gill lanciò una canzone dal titolo 'E quatt' 'e maggio il cui titolo, si noti al plurale, ricorda tre illusioni amorose del poeta.

Copiella con le parole della canzone di A. Gill (coll. A. Gamboni).

tratto da: A. Gamboni, Calendario napoletano, Napoli 2009

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